Racconti

Lost Persons Area

Da qualche mese a questa parte sto frequentando un corso di drammaturgia presso il Teatro Donizetti di Bergamo, al quale sono stata ammessa dopo diversi colloqui e selezioni e che mi sta dando l’opportunità, insieme ad altri ragazzi dai 18 ai 26 anni, di scrivere azioni o spettacoli teatrali che vengono poi eseguiti da un gruppo di giovani attori. Si tratta di un’esperienza completamente nuova per me, considerato che ho sempre “fatto” teatro senza però mai “scriverlo”. Ho pensato quindi di farvi leggere un mio piccolo esperimento (e sottolineo esperimento), ovvero il testo che mi è valso l’ammissione al progetto. Ovviamente è incompleto, per scriverlo abbiamo avuto a disposizione un’ora e mezza, ma mi piacerebbe sapere da voi se vale la pena continuarlo.

Lost Persons Area

Scenario: un marciapiede e una panchina. Sembra la fermata di un autobus, ma sul muro dietro alla panchina c’è un cartello che recita “Area persone smarrite”. Ci sono tre donne e due uomini in attesa. Qualcuno fuma, qualcuno continua a guardare ai due lati della strada, qualcuno dorme. Sono lontani l’uno dall’altro, in silenzio.

UOMO 1: Avete da accendere?

UOMO 2 si sveglia, infila la mano nella tasca del cappotto e tira fuori un accendino. Sembra un gesto automatico, abitudinario, come se fosse l’ennesima volta che accade. UOMO 1 prende l’accendino da UOMO 2 e ricomincia a fumare. UOMO 2 si riaddormenta.

DONNA 1: È la diciottesima che fumi, Carl. E sono solo le tre del pomeriggio.

UOMO 1/CARL: Disse colei che grida “John” a intervalli di trenta minuti ogni santo giorno.

(pausa) DONNA 1: (urla) John!

DONNA 2: (con tono cantilenante, come se si trattasse di una battuta imparata a memoria e ripetuta ormai un milione di volte) Non ti avrà sentita, Eliza. Riprova tra un po’.

CARL: Sì, riprova tra un po’, Eliza, così fracassi i timpani a tutti un’altra volta.

(pausa) DONNA 3: Raccontamelo ancora, Vera.

DONNA 2/VERA: (sospira) Sei arrivata in una sera piovosa. Dicono di averti trovata al tavolo di un ristorante, sola, che fissavi la sedia vuota davanti a te. Continuavi a ripetere “Mi aveva detto alle otto, sarà in ritardo”. Ma erano ormai le undici e mezza e il locale stava chiudendo.

DONNA 3: Chi? Chi mi ha trovata?

VERA: Quelli che ci portano qui, Katy.

DONNA 3/KATY: (annuisce) Mi aveva detto alle otto, sarà in ritardo.

KATY continua a guardare ai due lati della strada. Improvvisamente si sente il fischio di un treno e lo sbuffo del suo vapore. Tutti i personaggi si riscuotono dal loro torpore e si precipitano a un lato del palco, guardando curiosi in quinta, sgomitandosi e saltellando per vedere meglio. Dopo qualche secondo arriva ruzzolando un bambino, che raggiunge il centro del palco come se fosse stato spinto violentemente. Tutti i personaggi lo guardano straniti e gli si posizionano attorno a semicerchio.

KATY: Che cos’è?

CARL: È un bambino, povera scema.

VERA: Carl!

ELIZA: Si sarà fatto male?

KATY: Com’è piccolo, sembra un uomo in miniatura.

CARL: È un bambino!

VERA: Avanti, aiutatemi a tirarlo su.

Tutti i personaggi fanno alzare il bambino e lo mettono a sedere sulla panchina. Lui tossisce e inizia a scrutarli uno a uno. Anche loro lo guardano fisso, i visi vicini e gli occhi spalancati.

BAMBINO: Dove sono?

VERA: Sei alla fermata del treno, piccolo. Come ti chiami?

UOMO 2: Eccola che ricomincia.

BAMBINO: Che fermata del treno strana.

VERA: Io sono Vera. Tu ti ricordi il tuo nome?

UOMO 2: Lascialo in pace, vecchia.

ELIZA: Va bene, facciamo che velocizziamo la parte delle presentazioni, eh? Io mi chiamo Eliza, quella con lo sguardo da pazza è Katy, il tizio che fuma è Carl, e lo stronzo lì è Simon. Era tanto che non arrivava qualcuno di nuovo.

BAMBINO: (li guarda uno a uno) State aspettando tutti il treno?

VERA: Sì, si può dire così. Solo che aspettiamo tutti un treno diverso.

ELIZA: Il mio treno di chiama John, e che treno! Entra in galleria che è un piacere!

VERA: Eliza!

CARL: Gesù, ma è un bambino!

BAMBINO e KATY: Perché? Che ha detto?

UOMO 2/SIMON: Ignorali. Questo posto porta alla pazzia.

BAMBINO: In che senso?

VERA: Ma grazie, Simon! (al bambino) Allora, vuoi raccontarci come sei arrivato qui?

BAMBINO: Ehm, non ricordo bene… Ero in un parco, stavo giocando con i miei amici, credo. Sì, giocavamo a nascondino, mi sono arrampicato su un albero. Be’, mi sa che ho vinto, perché non mi hanno mai trovato. Si è fatto buio e io devo essermi addormentato. È l’ultima cosa che ricordo.

ELIZA: È normale avere la mente un po’ annebbiata all’inizio.

CARL: (indica Katy) Pensa che quella è così tutt’ora.

BAMBINO: (riferito a Katy) Perché è vestita così elegante?

CARL: (ride) Aspettava il principe azzurro al ristorante.

ELIZA: Quando arriva dovrà pagarle come minimo quindici cene.

BAMBINO: Quindici? Siete qui da quindici giorni?

VERA: Oh, era solo un modo di dire.

SIMON: Già, in realtà siamo qui da molto più tempo.

BAMBINO: Cosa?

VERA: (a Simon) Sei sempre il solito!

ELIZA: (al bambino) Non è poi così tanto, Katy è l’ultima arrivata e sembra sia qui solo da poche ore.

KATY: Poche ore. Mi aveva detto alle otto, sarà in ritardo.

VERA: Esattamente.

ELIZA: (urla) John!

BAMBINO: Ma che..?

CARL: Lo so, ti ci devi abituare, fa così ogni mezz’ora. Anche lei cerca un principe azzurro immaginario.

ELIZA: (a Carl) Visto che ti diverti tanto a prendere in giro noi, perché non racconti la tua di storia?

CARL: Nessun problema. Sono qui perché aspetto una donna. Mia moglie, a dirla tutta. (a Eliza) Contenta?

BAMBINO: E perché l’aspetti qui? Dov’è andata?

CARL: L’ultima volta che l’ho vista eravamo al centro commerciale, lei era in un negozio a provare dei vestiti e io l’aspettavo fuori.

BAMBINO: Be’, devono essergliene piaciuti parecchi se non è ancora tornata.

CARL: Già, simpaticone. La verità è che mi sono allontanato per cercare il negozio di articoli sportivi e mi sono perso.

BAMBINO: Ma allora cosa ci fai alla fermata del treno?

VERA: Te l’ho detto, piccolo. È una fermata speciale. Prima o poi verranno a prenderci, e allora sarà tana per tutti.

SIMON: Sì, certo, svegliatemi quando arrivano.

BAMBINO: Perché dice così? Lui chi sta aspettando?

SIMON: Non sto aspettando proprio nessuno, né un treno né una persona. Mi sono perso. E non ho nessuna voglia di essere ritrovato.

VERA: Diciamo che Simon è il pessimista del gruppo.

SIMON: Sono realista, è diverso. Tutta questa storia del treno, dei principi azzurri, di quelli che torneranno a prenderci, è un’enorme balla. (a Vera) E lo sai benissimo anche tu. Se siamo qui è perché ci siamo persi, tutti quanti, e non c’è nessuna possibilità di essere ritrovati.

BAMBINO: Voglio tornare a casa. Questo gioco non mi piace.

SIMON: Non è un gioco, è la triste realtà. Non si torna indietro.

VERA: Adesso basta, Simon! Stai spaventando il bambino.

KATY: Mi aveva detto alle otto, sarà in ritardo.

ELIZA: (urla) John!

BAMBINO: Dov’è la mamma?

VERA: Arriverà, non preoccuparti. Intanto mi occuperò io di te.

SIMON: Sai, Vera, è buffo. Sei stata la prima ad arrivare e mano a mano hai preso tutti sotto la tua ala protettrice. Ci dici di avere fede, che verranno a prenderci, ma come possiamo fidarci se nemmeno conosciamo la tua storia?

CARL: Non ha tutti i torti. Come ci sei arrivata qui, Vera?

ELIZA: Non l’hai mai detto.

VERA: (a Simon) Oh, mi hai stancata tu con i tuoi giochetti! Cosa stai insinuando, eh? Io cerco solo di non farvi perdere la testa, di tenervi ancorati alla realtà. E così dovreste fare tutti voi.

KATY: Raccontacela, Vera.

Momento di silenzio. Tutti si voltano stupiti verso Katy.

KATY: Raccontaci la tua storia.

GS

32 thoughts on “Lost Persons Area”

  1. Mica male davvero, per quello che può valere il mio giudizio.
    Io cerco solo di non farvi perdere la testa, di tenervi ancorati alla realtà. E così dovreste fare tutti voi.
    Questa frase dovrebbe essere il programma di vita di tutti. Grazie.

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  2. Complimenti! Io ho avuto la fortuna di specializzarmi, all’età di vent’anni, al Teatro della Vogaria, a Venezia, mia città natale. Poi ho frequentato corsi di dizione e il teatro della Muratta a Mestre. Ho vissuto l’aria del teatro per vari anni.
    Desidero farti i complimenti, perché questo testo, leggendolo, mi riporta ai miei amati testi di Raymond Queneau
    BRAVA!!
    Adriana Pitacco

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  3. I complimenti te li hanno già fatti gli altri quindi passo oltre che sennò poi ti monti troppo la testa! Scherzo eh!Sei brava, complimenti! No, una sola cosa non mi piace. Ok, il tutto è ambientato in un luogo non luogo e va benissimo ma …i nomi?! Perché usare nomi da fiction americana? Non sono nazionalista eh però sono un pò antiamericano nel senso che trovo che prendiamo un pò troppo da loro e spesso anche il peggio e poi succede che nasce un bimbo e c’è chi lo chiama “Geiard” o “Bruseuein”!:-D Insomma, magari la prossima volta mettici qualche nome non dico italiano ma almeno europeo!

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