Ricordi di Londra

Munchie

Il suo vero nome è Thea, ma in casa tutti la chiamavano Munchie. Mi ci è voluto un po’ per capire come si scrivesse e cosa volesse dire: a quanto pare è il diminutivo di “munchkin”, che significa “nanerottolo”, e in inglese sta a indicare una personcina tenera e dolce. Be’, Munchie incarnava perfettamente questa definizione. Due anni appena compiuti, leggermente più alta della media, grandi occhi a mandorla color Nutella e due dentoni da castorino che rendevano il suo sorriso irresistibile. La vidi per la prima volta in fotografia, portava un vestitino a righe e aveva in mano un cupcake arcobaleno, poi via Skype, che si dimenava in braccio al papà, e il primo Novembre 2015 ebbi l’onore di conoscerla dal vivo. Non mi è stato subito chiaro quale fosse la sua situazione, anche qui mi ci è voluto un po’ per capire. Mi era stato detto che era nata prematura, che quindi presentava delle difficoltà motorie e avrei dovuto imparare degli esercizi di stretching da farle fare ogni mattina e ogni sera. Ma quando arrivai a Londra, con un contratto di sei mesi come ragazza alla pari e una valigia piena di aspettative, mi trovai davanti una bambina che non camminava e non parlava. I miei host parents mi spiegarono che la diagnosi era confusa anche per i medici, alcuni pensavano all’autismo, altri a problemi di apprendimento, ma la maggior parte di essi non sapeva dare una risposta. Capii subito che Munchie non era una bambina stupida. I suoi problemi non avevano niente a che vedere con le capacità intellettive, anzi. Amava le canzoncine dei cartoni animati, i libri con le finestrelle e il Fruttolo alla fragola. Odiava fare il bagno, il rumore del frullatore e gli elastici per capelli. La mattina mi svegliava all’alba con i suoi versi incomprensibili e già non vedeva l’ora di fare colazione; mentre la imboccavo le piaceva indicarmi gli occhi, il naso e la bocca, e rideva come una matta quando facevo espressioni stupide. Si divertiva soprattutto quando mi nascondevo dietro a una salvietta e ricomparivo urlando “peekaboo!”, o quando le annusavo il piede e fingevo di svenire dalla puzza. Alle otto la accompagnavo all’asilo, e ogni volta era un’impresa lasciarcela: mi si aggrappava alle gambe, piangeva disperata, urlava e cacciava chiunque provasse a staccarla da me. Per me era sempre una sofferenza, mi veniva voglia di mandare tutti affanculo e riportarmela a casa. A fine giornata, invece, mi vedeva arrivare dalla finestra, le si illuminava lo sguardo e iniziava a gattonare verso la porta; appena entravo, alzava le braccia per essere sollevata e faceva “ciao-ciao” con la manina alle maestre, con lo sguardo di una che vuole dire “finalmente me ne vado, stronze”. Era furba e divertente, e riusciva ad esserlo senza proferir parola. Durante la mia permanenza ha sviluppato un amore viscerale per le altalene e gli oggetti che fanno rumore quando li scuoti, e un talento innato per il disegno. Grazie a me ha scoperto il milkshake al cioccolato e le patatine fritte con formaggio fuso, e sono abbastanza sicura che me ne sarà sempre grata. Credo abbia cercato di farmelo capire quando, la notte tra il 18 e il 19 aprile 2016, vigilia del mio ritorno in Italia, si è addormentata con la testa sul mio petto mentre le leggevo una storia. Non l’aveva mai fatto.

Non vedo Munchie da quasi un anno, ma mi tengo aggiornata seguendo la sua crescita tramite fotografie e messaggi. Con il tempo, grazie all’intervento di pediatri e logopedisti, io e i suoi genitori abbiamo sperimentato diversi sistemi di comunicazione, fino ad arrivare a un vero e proprio metodo che non solo le permetteva di esprimersi, ma la allenava anche a fare sempre più progressi. Quando me ne sono andata, a sei mesi dal mio arrivo, Munchie sapeva dire cinque parole, era in grado di camminare da sola purché si appoggiasse a qualcosa di tanto in tanto e si faceva perfettamente capire tramite il linguaggio dei segni. Grazie a lei ho imparato tanto sulle relazioni e sulla comunicazione e ho scoperto di essere molto portata per questo genere di cose. Ha reso speciale la mia avventura a Londra e rimarrà per sempre nel mio cuore.

Avrei tanto altro da dire su di lei, sulla sua sorellina Immy, sui mesi in Inghilterra. Mi piacerebbe aprire una rubrica sulla mia esperienza da ragazza alla pari e pubblicare un racconto-ricordo ogni settimana. Fatemi sapere se vi va di curiosare nel mio diario di bordo di Londra.

GS

(Trovate il seguito qui)

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34 thoughts on “Munchie”

  1. A me va , eccome!
    Ho avuto varie esperienze con bambini autistici e , in un periodo drammatico della mia vita , gli unici momenti felici era quando stavo con loro .
    Facci sapere di Munchie, per favore , e di te e delle tue fatiche a Londra!

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  2. Dev’essere stata un’esperienza indescrivibile.
    La piccola Munchie dev’essere una creatura deliziosa. Magari ha solamente bisogno di più attenzioni ed esercizi.
    Anche mio nipote piccolo ha iniziato a parlare tardi, dopo i 2 anni, ma da allora non ha più smesso 😉
    Mchan

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  3. Che bel post!
    Ho fatto la ragazza alla pari anche io, e ora, qui in Italia, sto lavorando come babysitter con un bambino autistico.
    Ogni parola, ogni gesto e ogni momento sono speciali grazie al suo entusiasmo e alla sua curiosità. Nonostante a volte sia difficile, stressante e stancante, quando impara qualcosa di nuovo, quando ti dimostra affetto, tutto sparisce ♥

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  4. Che bel racconto, l’ho trovato davvero interessante, anche perché ho intenzione di vivere un’esperienza simile a questa, e per questo ti ringrazio di averla condivisa, in quanto non hai fatto altro che spingermi a farla per tutto il racconto!

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