Pensieri sparsi, Recensioni

Cristallo, vino e sangue

“Immaginiamo un bicchiere, bello e capiente, di cristallo, che rappresenta l’attore, quello che ha l’esperienza e conosce il mestiere; dentro a questo bicchiere versiamo un vino pregiato, fino all’orlo, ed esso è il personaggio; poi diciamo che il bicchiere si scheggia, ferendoci la mano e provocando la fuoriuscita di sangue, che sarebbe noi stessi, la persona; allora il bicchiere cade e si frantuma a terra, e cristallo, vino e sangue si mescolano in un tutt’uno e non si riesce più a separare l’uno dall’altro, ovvero l’attore dal personaggio dalla persona.”

Questo il mantra recitato da Paolo Rossi, ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo, prima di dare il via a quello che lui definisce ‘gioco’, o ‘prova generale’, ovvero allo spettacolo Molière: la recita di Versailles. Per lui un gioco, per noi spettatori una sfida continua, che ci pone nell’imbarazzo di non sapere se quelli che agiscono sul palco sono gli attori, i personaggi o le persone stesse. L’uno prende il posto dell’altro con una rapidità disarmante, catturando l’attenzione del pubblico che cerca di seguire ogni trasformazione finendo inevitabilmente per perdersi. “Noi improvviseremo” ci avvisa Paolo Rossi nel prologo della rappresentazione, chiamato da lui ‘libretto di istruzioni per l’uso’, “Oggi recitano tutti meglio di noi, politici, dottori, commercialisti, ormai gli attori sono quelli che recitano peggio, se continuano a farlo alla vecchia maniera.” E infatti assistiamo a un’opera che è tutto fuorché classica, ma innovativa, teatrale e meta-teatrale insieme, svolta e ambientata su un palco, di attori che interpretano attori, in un costante limbo tra finzione e realtà. Lo scopo della compagnia, anticipatoci all’inizio, è proprio questo: confondere il pubblico e portarlo a chiedersi in ogni momento se quella precisa battuta sia detta da Molière, da Paolo Rossi, o da Paolo Rossi che fa Molière, o da Molière che fa il Papa, e così di seguito. E l’apice di tutto ciò avviene quando Rossi/Molière, interpretando Il malato immaginario,  finge un malore in scena e gli spettatori iniziano a guardarsi tra di loro inquieti, non capendo se sia l’attore a sentirsi male o il personaggio. Una rappresentazione che fa riflettere, che ci induce a pensare come quello stato caotico e confuso di realtà mischiata a finzione si riscontri anche nella vita vera.        

Ieri sera, tornata da teatro, mi stavo preparando per mettermi a letto e mi sono soffermata sulla mia immagine allo specchio mentre mi struccavo. Anche noi fingiamo continuamente, ho pensato. Ma non solo in modo plateale, raccontando palle o creando account fake su Facebook. Fingiamo anche con noi stessi, nel nostro intimo. Per esempio, io non sono ossessionata dal make-up, ma solitamente lo uso, come tutti, anche solo per correggere le imperfezioni. La sera, però, quando mi strucco, torno ad essere la ragazza con le occhiaie di sempre. Quante persone ho preso in giro durante la giornata, con la mia pelle fintamente perfetta e uniforme? Quanto mi sono presa in giro io, illudendomi di essere davvero così? Chi sono realmente, quella che interpreto tutto il giorno e che tutti vedono, o quella che divento una volta rincasata e che magari mostro solo a pochi eletti? So cosa direte tutti, la vera me è quella al naturale, con le imperfezioni, eccetera eccetera. Ma per la maggior parte del tempo e con la maggior parte della gente io sono l’altra. E questo non vale solo per il make-up, l’ho preso come esempio perché è qualcosa di concreto, il mio pensiero va molto più in là. Quanti di noi possono affermare con assoluta certezza di essere se stessi in qualunque momento e a prescindere da chi si trovano davanti? Io credo nessuno. Anche le persone più spontanee, più vere, più schiette si saranno trovate, ad un certo punto della loro vita, a fingere – magari solo per non rispondere male al proprio capo, ma l’hanno fatto. Ora mi chiedo: è sbagliato? Fingere, filtrare, cambiare atteggiamento a seconda dell’interlocutore, è sintomo di falsità o di intelligenza? È giusto trattare tutti allo stesso modo, che si tratti del proprio capo, del proprio partner o di uno sconosciuto, solo per coerenza? Forse è come nella recita di Versailles, siamo tutti sia interpreti, sia personaggi, sia noi stessi, e le tre parti non si possono scindere. Forse avere più personalità dentro di noi fa parte del nostro essere, e sarebbe assurdo il contrario.

Forse siamo semplicemente un tutt’uno di cristallo, vino e sangue.

“È tutta la vita / che abito un altro / e da tutta la vita mi chiedo / quell’altro chissà cosa pensa / quando pensa di me”

GS

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16 thoughts on “Cristallo, vino e sangue”

  1. Condivido solo in parte: noi siamo la somma delle varie sfaccettature che ci compongono. Anche quando recitiamo una parte, cioè vogliamo presentarci agli altri in un modo specifico ed “unico”, non facciamo altro che esternare una componente del nostro essere.
    Ritengo sia impossibile separare i vari aspetti, per cui, se vogliamo, la nostra è una recita cntinua, nella parte di essere umano.
    ciao 🙂

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  2. Ottima riflessione. Come sempre dipende tutto da persona a persona, c’è chi si è mescolato con la propria maschera che si è costruito e chi riesce a separare le due cose. Comunque sì, alzi la mano chi non ha mai mentito almeno una volta nella vita a qualcuno per i più svariati motivi. Nessuno è immune dalla cosa.

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  3. Io nel mio caso evito di indossare maschere, perché è faticoso e non mi da soddisfazione… non mi interessa essere valutata per ciò che non sono e anche nel mio prossimo cerco la parte ‘vera’.
    Poi c’è un confine tra l’aver cura per la propria persona ed indossare una maschera, infatti mi trucco anche per restare in casa, così come mi pettino…

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  4. intanto adoro tutti quei “forse” di cui hai disseminato il finale, perchè è solo nel dubbio che possiamo comprendere noi stessi e gli altri. Poi credo che, aldilà del porci in modo diverso a seconda della situazione e dell’interlocutore che abbiamo davanti, ognuno di noi abbia un minimo comune denominatore che lo fa riconoscere con o senza make up. Potrai obbiettare che esistono gli individui camaleontici che si modificano radicalmente da una situazione all’altra, bè il denominatore di costoro è proprio la falsità (anche con se stessi)
    ml

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  5. le tue considerazioni sono in parte vere. Noi siamo come le monete che hanno due facce ma sono la medesima cosa. In noi alberga la nostra personalità e il suo opposto e di volta in volta li usiamo seguendo un copione a volte instradato su binari predefiniti, a volte con recita a soggetto.

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  6. Siamo moltitudini diceva Whitman (quello di Capitano mio Capitano, che pochi sanno essere una poesia dedicata ad un amore omosessuale). Siamo un insieme di noi, più o meno coerenti. E ci scopriremo solo vivendo (citando un altro grande poeta!)

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  7. Visto che siamo in tema di citazioni io sponsorizzo il mio idolo assoluto, Luigi Pirandello che parlava di uno, nessuno e centomila…condivido tutto ciò che hai scritto, soprattutto per il fatto che non parli mai di certezze ma di dubbi profondi sul chi siamo verso gli altri ma soprattutto verso noi stessi. Prendere in giro gli altri ci può anche stare, ma farlo verso noi stessi è dannoso…ma, ahimè, lo facciamo lo stesso… 😉

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