Racconti

Il signore del sorriso

Avevo circa nove anni. In quel periodo, io e mio padre eravamo soliti andare a mangiare nel nostro ristorante preferito ogni mercoledì e ogni venerdì, giorni in cui uscivo da scuola all’una invece che alle quattro. Ai tempi, lui non cucinava e mia mamma finiva di lavorare tardi, per cui preferivamo fermarci a pranzo fuori piuttosto che rischiare di mandare a fuoco la casa. Una volta, – non saprei dire se fosse mercoledì o venerdì, ma posso dire che pioveva, pioveva forte, e me lo ricordo perché entrammo nel ristorante completamente fradici e lasciammo gli ombrelli all’ingresso gocciolando su tutto il pavimento – quella volta, ancora prima di prendere posto, la mia attenzione fu catturata da qualcosa che non avrei mai dimenticato: un signore, che sedeva ad uno dei tavolini dell’ingresso, quelli solitamente riservati a chi si ferma solo a ber qualcosa o ai clienti abituali che passano lì le loro giornate. Era anziano, almeno sui settanta, ed era solo. Premetto che ho sempre provato molta tenerezza per le persone che mangiano da sole, anche se io stessa l’ho fatto e non è sempre così male. Però da piccola avevo un’idea molto negativa della solitudine (cosa che ho rivalutato con il tempo) e mi bastava vedere delle persone, ancora peggio se anziane, da sole per andare in crisi. Quindi figuratevi quando vidi quel vecchietto, dai capelli e barba bianchi stile Babbo Natale, con addosso un bel maglione largo e colorato, che se ne stava seduto tutto solo, con una tazzina di caffè sul tavolo ed un giornale ancora piegato. Ma la cosa che mi colpì veramente (ed è il motivo per cui me lo ricordo ancora oggi) è che sorrideva. Aveva la testa appoggiata a peso morto sulla mano, lo sguardo perso nel vuoto, e intanto sorrideva. Questa constatazione ebbe due effetti opposti su di me: da una parte mi consolò e mi dissi che non doveva essere poi così triste; dall’altra mi intenerii ancora di più e pensai che la vita fosse stata davvero ingiusta per aver messo un vecchietto sorridente da solo a un tavolo. Insomma, provavo un misto di emozioni e morivo dalla voglia di sapere chi fosse, perché fosse lì e come mai sorridesse. Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, al che mio padre richiamò la mia attenzione, facendomi notare che è maleducazione fissare le persone. Una volta seduti, gli raccontai ciò che avevo appena visto, e lo feci anche con mia mamma quando tornò dal lavoro quella sera, e continuai a parlarne con chiunque incontrassi. Per me il fatto che un vecchietto potesse sorridere nonostante fosse al tavolo di un ristorante da solo era straordinario. Fu così che, raccontando l’avvenimento a destra e a manca, mi ritrovai a dare un soprannome a quello sconosciuto, che per me diventò “il signore del sorriso”. Qui devo aprire una piccola parentesi: sono sempre stata una bambina curiosa, mi piaceva osservare la gente e, dalle loro espressioni e atteggiamenti, provare a immaginare quale fosse la loro storia (cosa che continuo a fare tutt’ora). Quindi vi avverto, questo aneddoto potrebbe essere un pochino romanzato. Nel senso, il fatto in sé è vero e mi è rimasto impresso fino ad oggi, ma tutto ciò che ne segue potrebbe (e dico potrebbe) essere solo frutto della fervida immaginazione di una bimba di nove anni che già sognava di diventare scrittrice.

Versione di Giulia Sole a nove anni

Il signore del sorriso aveva vissuto una vita piena e appagante. Aveva avuto una bella infanzia, passata in compagnia di tre fratelli, una sorella, due genitori buoni e affettuosi, uno zio un po’ alcolizzato ma simpatico, e una nonna severa per la quale nutriva una profonda ammirazione. Aveva avuto la fortuna di innamorarsi molto giovane e di essere ricambiato fin da subito: a diciotto anni era già sposato, a diciannove padre e a quarantatré nonno. Era sempre stato un gran lavoratore, per lui la cosa più importante era che la sua famiglia fosse in salute e avesse un tetto sopra la testa. Non aveva mai fatto mancare nulla alla moglie o ai figli e per questo si era guadagnato il rispetto di tutti. I nipoti lo adoravano e andavano a trovarlo ogni giorno, e lui li portava al parco o leggeva loro storie d’avventura. Dopo l’arrivo della pensione, il signore del sorriso e sua moglie avevano iniziato a viaggiare ed erano diventati famosi per la loro collezione di souvenir provenienti da ogni angolo del pianeta. Quando tornavano a casa avevano regali per tutti, tanto che i nipotini li chiamavano spesso Babbo e Babba Natale. Durante i brevi periodi che passavano a Bergamo per organizzare il viaggio successivo, il signore del sorriso usava uscire tutte le mattine alle undici in punto e andare a bersi il caffè nel suo ristorante preferito, per poi tornare a casa e aiutare la moglie a preparare il pranzo. Era una strana abitudine che aveva sempre avuto, quella di prendere il caffè prima dei pasti e non dopo. Se ne stava seduto per un’oretta talvolta al bancone, talvolta al tavolo, e fantasticava sulla loro prossima meta.

Versione di Giulia Sole oggi

Dopo quel primo incontro vidi molte altre volte il signore del sorriso. Ancora oggi bazzica Città Alta, con la sua barba incolta e i suoi maglioni slargati, ma non sorride più. Non so se abbia una casa, se sia mai stato sposato, se ci siano dei figli che vanno a trovarlo la domenica. So solo che ho sempre sentito una forte connessione con lui, come se quell’episodio di undici anni fa ci avesse in qualche modo legati. Ero solo una bambina e lui non potrebbe mai ricordarsi di me, ma io sento di conoscerlo, pur non sapendo niente della sua storia. Spero, spero vivamente che stia solo aspettando che sua moglie torni da un viaggio, con una valigia piena di souvenir. O che abbia dei nipoti a cui raccontare tutte quelle storie d’avventura che ha sempre adorato. O che semplicemente abbia un posto caldo e accogliente dove tornare la sera, senza doversi sempre rifugiare nel primo ristorante che gli offre un caffè. Non so chi sia né da dove venga, ma so che un giorno ha sorriso. E, ogni volta che lo incontro, gli sorrido io.

GS

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41 thoughts on “Il signore del sorriso”

  1. l racconto è carino. Sì, chi vuole scrivere “deve” guardare il mondo e riempirlo ma … guarda che a sessanta anni non si è propriamente anziani. Si è “diversamente giovani”, certo questa è una cosa che si impara con l’età. Ora che ci penso anch’io quando avevo la tua età vedevo i sessantenni come “vecchi” e adesso mi sembrano solo più o meno maturi. 😉

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  2. Un bel racconto! (: hai le stesse riflessioni e sensazioni riguardo le persone sole ma non anziane? In fondo è un po’ come vederle al centro stesso della loro solitudine, e non rimembranti un passato – si spera – felicissimo. L’anno scorso ho studiato fuori dalla mia città, e per un motivo o per l’altro non sono riuscito a legare con nessuno, perciò ero io il “solo” cronico, e mi capitava di pensarmi da grande nella stessa situazione..era un po’ sconfortante ):

    Kalos

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    1. Quando ero piccola sì, percepivo la solitudine in modo molto negativo e vedere persone in giro da sole mi rattristava. Con il tempo ho imparato a rivalutarla e, anzi, adesso trovo davvero preziosi i momenti in cui sono sola con me stessa. Ho vissuto a Londra per sei mesi e il primo periodo l’ho passato a visitare la città completamente da sola, mi fermavo a mangiare fuori, andavo al cinema, o nei negozi, ed è stato il viaggio più bello che io abbia mai fatto in assoluto. Certo, nei momenti “no” la solitudine si faceva pesante e sconfortante, ma mi è stata anche molto d’aiuto. 🙂

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  3. scusa, sono il solito rompicoglioni, ma per quell’avvertimento (“Vi avverto, questo aneddoto potrebbe essere un pochino romanzato. Nel senso, il fatto in sé è vero, ma…”) ti strozzerei. eccerto che devi romanzare quando racconti, sennò mi leggerei la cronaca cittadina sul giornale!
    ml

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