Ricordi di Londra

Ammetto di aver pianto

1 Novembre 2015. Ore 05.00 del mattino. Aeroporto di Orio al Serio. Ammetto di aver pianto.

Premessa: odio gli aeroporti. Devo aver vissuto un qualche trauma infantile, perché da diversi anni a questa parte vado nel panico all’idea di prendere un aereo. E non è per il volo in sé, ma per tutta la trafila che lo precede: il check-in, il controllo del bagaglio a mano, i metal detector, trovare il terminal, aspettare in coda, imbarcarsi… Pur avendolo fatto tante volte, mi provoca sempre veri e propri attacchi d’ansia. Quindi potete immaginare come fossi già stressata di mio una volta messo piede in aeroporto. Se poi ci aggiungiamo che stavo per salire da sola su un aereo che mi avrebbe portata in un’altra nazione, dove avrei vissuto e lavorato in casa di sconosciuti per sei mesi, capirete anche voi come mai il mio livello di tensione fosse alle stelle. Ma arriviamo al punto in cui piango: dopo aver salutato i miei familiari almeno una quindicina di volte ciascuno ed aver trattenuto eroicamente ogni singola lacrima per non dare il là a un concerto di singhiozzi, mi misi in fila per il controllo. Per il primo tratto venni accompagnata dallo sguardo dei miei genitori e di mia sorella, anche loro con gli occhi sgranati e il viso teso di chi sta mascherando le proprie emozioni, fino a che non fui costretta a voltare l’angolo, perdendoli completamente di vista. E fu proprio in quel momento, dopo l’ultimo contatto visivo, l’ultimo “ciao” con la mano, l’ultimo sorriso commosso, che esplosi. Non fu un pianto disperato, ero comunque in mezzo a centinaia di persone – va bene tutto, ma una dignità ce l’ho anche io. Fu semplicemente una silenziosa fuoriuscita di lacrime, pesanti e calde, che mi rigarono il volto già provato dalla stanchezza, disegnando numerosi solchi sulle mie guance leggermente truccate. Qua e là incrociavo sguardi curiosi o compassionevoli, ai quali rispondevo con un’alzata di spalle o un sopracciglio inarcato, alla “cazzo vuoi?”. Il mio atteggiamento diceva “va tutto bene, mi è solo entrato un moscerino nell’occhio”, ma il mio viso era una pozzanghera sbavata – secondo me sembravo tipo un acquarello. Anche l’agente di sicurezza se ne accorse (come poteva non farlo?) e mi accennò un sorrisetto incoraggiante. Se non altro, questo smussò la mia ansia da metal detector.

Il mio bagaglio a mano superò indenne i controlli e io proseguii quello che sembrava un corteo funebre. Non fraintendetemi, ero eccitatissima all’idea di partire, per le tre settimane precedenti non avevo pensato ad altro, ma in quel momento mi stavo letteralmente cagando in mano (scusate il francesismo). Cercai il mio terminal sul monitor, anche se ci misi un po’ a causa della vista annebbiata dalle lacrime, e continuai la marcia ripetendolo in continuazione per paura di dimenticarlo. Raggiunsi l’aereo sana e salva (a differenza della volta in cui… ma questa è un’altra storia) e presi posto nel mio sedile vicino al finestrino. Ce l’avevo fatta, non mi ero persa, non avevo sbagliato volo (o almeno così sembrava) e non mi avevano arrestata. La mia avventura poteva finalmente iniziare. Misi le cuffiette nelle orecchie e avviai la playlist che avevo diligentemente creato per l’occasione, piena di canzoni grintose che mi dessero la carica. I posti accanto a me erano liberi, il che mi confortò – in quel momento ero particolarmente allergica agli esseri umani. Era tutto perfetto finché, a pochi minuti dal decollo, entrarono gli ultimi due passeggeri. E indovinate un po’? Ebbene sì, i ritardatari erano i miei vicini. Ma non fu questo il vero problema, non potevo certo pretendere di avere una fila riservata solo per me. Sarebbe stato comunque sopportabile, se non si fosse trattato di due obesi che strabordavano dai braccioli e, non contenti di essere fisicamente ingombranti, parlavano con un volume di voce decisamente eccessivo. Così, passai il viaggio ad ascoltare non la playlist a cui avevo dedicato ore e ore del mio tempo, ma le loro inutili e assurde conversazioni. (Il top arrivò quando, al momento dell’atterraggio all’aeroporto di Stansted, la donna sbirciò dal finestrino e disse “Non pensavo che Londra fosse così verde” e l’uomo le rispose “Ma no, questa dev’essere l’Irlanda.” Ed era serio. Giuro.)

Una volta atterrata, l’ansia e le preoccupazioni lasciarono il posto all’entusiasmo e capii che ce l’avevo davvero fatta. Ero arrivata a Londra, la città che sognavo da cinque anni, e non vedevo l’ora di scoprire cosa mi avrebbe riservato quell’esperienza. Varcai l’uscita dell’aeroporto con una camminata alla Sex and the City, fiera di aver sconfitto quel mostro. Inspirai a fondo l’aria inglese e finalmente, dopo una successione di periodi difficili e poco piacevoli, mi sentii felice.

Così si conclude la seconda puntata della rubrica “Ricordi di Londra”. Se vi siete persi il primo racconto, in cui parlo di una delle due bambine di cui mi occupavo come ragazza alla pari, potete trovarlo qui.

GS

(Trovate il seguito qui)

20 thoughts on “Ammetto di aver pianto”

  1. adesso puoi ben cominciare a parlare x ntero della tua esperienza londinese. Cmq si, ti capisco, anche a me secca potentemente fare tutta quella trafila del check-in, pensa quando poi ti costringono a toglierti cintura, scarpe ecc… a me una volta in aereo successe veramente di peggio, una cosa disgustosa che pubblicherò tra qualche giorno

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  2. Ancora poco e posso considerare gli aerei quasi come una seconda casa 😀 E ne avrei da raccontare su cosa succede negli aeroporti e sopratutto dentro l’aereo prima, durante e dopo il volo 😛 La trafila dei controlli pre-imbarco e le relative coda sono ben poca cosa rispetto alla giungla che viene dopo 😀

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      1. No no vado nel panico appena entro. Perdo completamente l’orientamento. L’ ultima volta mi sono accorta che ero nel gate sbagliato 2 minuti prima che lo chiudessero. Stavo andando ad Alghero e dovevo andare a Palermo ! Devo imparare a stare attaccata ai monitor uffa!😊

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  3. Allora per l’ansia e panico dell’aeroporto posso consigliarti un rimedio omeopatico (visto che ho ingoiato di tutto per la paura dell’aereo e aeroporto sono una buona consigliera). Per le lacrime? Ehehehe per quello non ho niente da farti ingoiare ma dopo un po’ ci fai l’abitudine, non avrai più “effetto panda” ma più Candy Candy quando guardava Albert (o chi cazzo fosse il suo innamorato) con gli occhi lucidi …

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  4. Mi piace molto il tuo modo di scrivere ma anche di raccontare. In questo titolo però toglierei l’affermazione “ammetto”, che indica a mio parere un’ammissione di colpa, ma qui non ci sono colpe, solo emozioni.
    😉

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  5. Mi ricorda moltissimo la mia esperienza! Anch’io ho pianto molto ed in silenzio prima di salire sull’aereo ed anche dopo. Quando pensavo che finalmente le lacrime fossero finite, ecco che risgorgavano. Eppure non stavo andando mica in guerra! Almeno era quello che pensavo in quell’istante. Purtroppo ho continuato a piangere pure per tutto il periodo di soggiorno, ma lasciamo stare che a volte ho ancora gli incubi.
    Comunque non vedo l’ora di leggere il seguito di questa tua avventura! 🙂
    Mchan

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