Ricordi di Londra

Quando Londra si sveglia

Mi alzavo sempre alle sette. Il cielo era ancora scuro e in casa aleggiava un quieto silenzio. Justin, il papà, usciva alle sei e mezza ogni mattina per andare al lavoro; Loi, la mamma, e le due bambine dormivano ancora. Dopo essermi lavata e vestita, preparavo la colazione per la bimba più grande, Munchie, di due anni e mezzo: scaldavo il latte nel biberon e mettevo sul fuoco il porridge con la banana. Appena sentivo dei rumori provenire dal piano di sopra, salivo le scale ed entravo nella sua cameretta, trovandola, nella maggior parte dei casi, a colpire a manate il materasso o a parlottare con i suoi pupazzi. La tiravo fuori dal letto, le davo il biberon, che svuotava in pochi secondi, e la vestivo. Una volta fatta bella, con tanto di capelli spazzolati e acconciati nelle più varie pettinature, la portavo giù per lo stretching e la colazione. Avendo problemi alle gambe, che le impedivano di camminare autonomamente senza supporti, doveva svolgere degli esercizi mirati più volte al giorno. Mettevo Peppa Pig alla televisione, facevo sdraiare Munchie sul tappeto e iniziavo a lavorare sulle sue gambe come mi avevano insegnato i medici. Dopo l’allenamento e dopo la colazione, che divorava sempre avidamente, la imbacuccavo per bene e la caricavo sul passeggino, talvolta in compagnia di qualche amico di peluche dal quale non si era voluta separare: eravamo pronte per uscire nella Londra che si stava svegliando e per affrontare i venti minuti di strada a piedi che ci separavano dall’asilo.

La cosa che mi ha davvero colpito delle condizioni meteorologiche di Londra, più della presunta pioggia tanto chiacchierata, più del cielo grigio, più delle nuvole onnipresenti (che, per la cronaca, sono bellissime), è stato il vento. Ogni volta che uscivo di casa alle otto del mattino mi sentivo morire. E non perché facesse particolarmente freddo – o meglio, freddo era freddo, ma ciò che toglieva il respiro era il vento che si abbatteva impetuoso sul viso, graffiandolo come con un milione di sottilissimi spilli, insinuandosi nelle ossa e bloccando la circolazione. No, non sto esagerando. I londinesi sembravano non farci caso, ma i non avvezzi a quel clima si riconoscevano subito: coprivano ogni centimetro del loro corpo con guanti, cappelli, a volte paraorecchie, sciarpe che lasciavano visibili solo gli occhi, giacconi imbottiti e, nonostante tutto, tremavano. C’era un ragazzo, lo vedevo ogni mattina, che distribuiva i giornali all’ingresso della metropolitana (davanti al quale dovevo per forza passare, attraversando a fatica la massa che entrava e usciva e pestando ogni volta i piedi di qualcuno con le ruote del passeggino), e aveva il naso e le guance costantemente rossi – quando mi porgeva il giornale gli battevano persino i denti. Ogni volta che lo incrociavo gli sorridevo, sentendomi compresa (io ero una di quelli che andavano in giro con guanti, cappello, sciarpa e chi più ne ha più ne metta).

Oltre ad essere gelida, la mattina a Londra era frenetica. Mi ricordo che, con il passare del tempo, acquisii il ritmo di camminata che avevano tutti, dagli studenti ai lavoratori (adesso che sono in Italia mi capita mi facciano notare che ho il passo troppo veloce). Anche in questo caso, i non residenti avevano un cartellino di riconoscimento: non solo camminavano lentamente, ma intralciavano anche il passaggio di chi andava di fretta (l’esempio più lampante lo si riscontra sulle scale mobili della metro, dove bisognerebbe stare sulla destra per non bloccare la strada e dove, puntualmente, ci sono i turisti che sostano sulla sinistra). Per cui, a forza di vivere lì, mi ritrovai a fare in quindici minuti la strada che all’inizio facevo in venti, guidando il passeggino manco fossi Schumacher.

Un’altra particolarità delle mattine londinesi è il caffè. Sì, so cosa state pensando, che c’entra il caffè con l’Inghilterra? Manco lo sanno fare lì. Ebbene, sembra che a Londra non sia veramente mattina se non si va in giro con un bicchiere di Starbucks (o Costa, o Caffè Nero) in mano. Credo che anche questo, come il camminare veloce, sia un requisito fondamentale per diventare un vero “londoner”. Secondo me si appiccicano direttamente il cartone alla mano e lo riempiono di volta in volta.

Ma la cosa che preferivo in assoluto era camminare con la musica nelle orecchie e vedere il cielo aprirsi e colorarsi poco a poco. Anche se era cupo, o pieno di nuvole, o preannunciava pioggia, nulla mi faceva sentire libera come le sfumature dell’immenso cielo inglese. Londra è una città che il sole se lo porta dentro, non ha bisogno del bel tempo per essere vissuta. Londra è luce, frenesia, ritmo, musica, energia, grinta.

Quando Londra si sveglia ci svegliamo noi, anche se non siamo abituati ad alzarci presto e odiamo le mattine.

Non mi serviva il caffè per alzarmi.

Quando Londra si sveglia tutto puoi fare, tranne che rimanere a letto.

GS

(Trovate l’episodio precedente della rubrica “Ricordi di Londra” qui)

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13 thoughts on “Quando Londra si sveglia”

  1. Me lo ricordo, le strade erano piene di gente che correva freneticamente con il bicchierone in cartone di “caffè” o “cappuccino”…quello che credono sia caffè o cappuccino 😂

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  2. Io a Londra sono stata d’estate. Ma quello che racconti sul vento mi ricorda Montreal, che ho provato d’inverno: per camminare nel freddo gelido facevamo i turni a chi stava davanti e apriva la scia…

    E poi questa bimba, 2 anni e mezzo come la mia, deve essere stata un angelo: la mia per vestirla è un calvario!

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