Racconti

Inseparabili

Quando ero piccola avevo un’amica del cuore. La conobbi circa a sette anni, aveva la mia stessa età. Non dimenticai mai il nostro primo incontro: io ero nel giardino di casa e stavo giocando, come al solito, con le biglie. Me le aveva regalate mio papà per il mio quinto compleanno e da quel momento non le avevo più mollate. Ne collezionavo tante, tra le più svariate e particolari. Secondo mio padre mi calmavano, gli bastava darmi un sacchetto pieno di biglie per farmi stare buona e tranquilla per ore. Anche quando ero triste, o mi facevo male, erano l’unica cosa in grado di far passare tutto. Le mie preferite erano quelle piccole, di vetro. Mi incantavano con la loro forma perfettamente sferica, le sfumature sempre diverse, quel luccichio che emanavano se messe al sole. Le rigiravo continuamente tra le dita, accarezzandone la superficie liscia e fredda. Chi mi conosceva bene sapeva che, anche se non lo si notava, avevo sempre una biglia in mano. Con il tempo, arrivai ad averne così tante che in casa le si potevano trovare ovunque: nelle dispense in cucina, sotto ai tappeti, nel frigorifero, persino tra gli asciugamani in bagno. Più crescevo e meno mia madre le sopportava, diceva che ormai ero grande e che dovevo sbarazzarmene, altrimenti la nostra casa sarebbe diventata come quelle piscine per bambini piene di palline colorate. Mio papà non era d’accordo, secondo lui erano la mia terapia. (Capii solo molto tempo dopo il significato di questa affermazione.)

Anche alla mia amica del cuore piacevano, ma non le toccava. Quel giorno, un caldo pomeriggio di pieno luglio, o forse era agosto (in estate si perde sempre la concezione del tempo), si fermò davanti al giardino di casa mia. Mi accorsi subito di lei, la sua ombra aveva oscurato il raggio di sole che stava illuminando una delle mie biglie. Le chiesi di spostarsi e lei rispose: -Solo se mi fai vedere cosa stai facendo-. Lo trovai un buon compromesso e così iniziai a mostrarle le biglie e come ci giocavo. Lei era affascinata, voleva sapere tutto, mi chiedeva da dove provenisse ognuna di esse e perché mi piacessero tanto. Pensai che fosse una bambina strana, ma non avevo mai ricevuto tutte quelle attenzioni e la cosa mi faceva sentire importante. Quando le chiesi se le andava di giocare con me, mi disse che sua madre non voleva che toccasse il vetro. Cercai di spiegarle che era vetro levigato, che non poteva farle del male, ma non mi volle dare ascolto, preferì rimanere in disparte e stare a guardare. Quello fu il momento in cui decisi che saremmo diventate migliori amiche: era rimasta pur non potendo giocare con me, il che voleva dire che la mia semplice compagnia le bastava. A fine giornata, presi una manciata di biglie e le chiusi in uno dei sacchetti dove le conservavo.

-Ecco fatto- dissi. -Se stanno qui dentro non sei costretta a toccarle.-

Sigillai per bene il sacchettino e glielo porsi. -Tieni. Sarà il simbolo della nostra amicizia.-

Lei lo guardò pendere dalla mia mano, indecisa se afferrarlo o meno. -Come ti chiami?- mi chiese.

-Nova. E tu?-

-Io sono Libby.-

-Bene, Libby. Vuoi essere la mia migliore amica?-

Rimase in silenzio per quella che sembrò essere un’eternità. Poi, finalmente, agguantò il sacchetto e sorrise.

Da quel giorno io e Libby diventammo inseparabili. Scoprii che si era appena trasferita nella nostra città con sua madre e che non conosceva ancora nessuno. Provai a presentarle qualche mio vecchio amico, ma nessuno volle giocare con lei, probabilmente perché era un po’ particolare. A me non importava: preferivo Libby a chiunque altro. Passavamo la maggior parte del tempo in giardino, io a giocare con le biglie, lei a guardarle. Quando ricominciò la scuola la inserirono nella mia classe e nulla avrebbe potuto renderci più felici. Era sempre a casa mia, ci salutavamo solo per andare a dormire. La nostra era un’amicizia perfetta, facevamo invidia a tutti, tanto che non osavano nemmeno parlarci perché sapevano di non poter competere. Ma, d’altronde, nessuno parlava con Libby.

Se fossi stata più grande, mi sarei accorta che c’era qualcosa che non andava. O forse la malattia era talmente avanzata che ogni indizio sarebbe risultato comunque invisibile, nonostante l’età. Sta di fatto che non sospettai nulla, e non volli crederci neanche quando me lo spiattellarono davanti. Pensai fosse solo un tentativo dei miei genitori per separarci, perché lei era strana e non volevano che la frequentassi. (Anche in questo caso, capii come stavano realmente le cose solo molto tempo dopo.)

Erano passati due anni dal mio primo incontro con Libby. Due anni in cui nessuno aveva visto, o in cui tutti avevano fatto finta di non vedere. I miei genitori avevano già provato a intervenire, ma non c’era stato verso. Io non volevo ascoltarli e loro avevano finito per convincersi che le cose si sarebbero risolte da sole. Ma quando iniziarono a ricevere segnalazioni dalla scuola, capirono che la situazione era più grave del previsto.

Se ne stavano accorgendo tutti. E mi davano della matta.

Perché Libby non esisteva. Non era mai esistita.

GS

(Questo è l’incipit di una storia a cui sto lavorando da tanto – troppo – tempo, e che sto provando a riscrivere dopo averla abbandonata nel dimenticatoio per un po’. Fatemi sapere cosa ne pensate e se vi interessa leggere un seguito!)

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52 thoughts on “Inseparabili”

  1. Quando mi è arrivata la notifica di questo articolo non vi ho prestato subito molta attenzione, più che altro pensavo parlasse di qualcosa di diverso, ma poi iniziando a leggere non sono riuscita a smettere venendo completamente coinvolta in un turbinio di emozione e malinconia…

    Spero la continuerai! E’ bellissima!

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  2. Brano condotto con bravura, vicenda credibile, scrittura efficace. Pero’ dopo lo svelamento finale ogni aggiunta rischiera’ di risultare appicciccata li’ a meno di non inventare vicende che nelle eta’ successive ricalchino l’episodio dell’infanzia.
    ml

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  3. Molto bello per davvero e mi hai ricordato una parte della mia infanzia che quasi avevo dimenticato. Anch’io giocavo con le biglie e ne avevo molte di tutti i colori. Quindi ti ringrazio per il breve ricordo che in qualche modo, si intreccia col tuo racconto.

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  4. Un racconto che cattura il lettore gradualmente, con inizio pacato, un crescendo di particolari e finale con il botto. Complimenti, perché anche fermandoti qui hai trasmesso attenzione. Vediamo cosa ci riserva il seguito. 😉

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  5. Molto bella ed argomento intrigante. I famosi amici immaginari che hanno i bambini…chissà se esistono davvero e solo loro hanno l’innocenza per poterli vedere, che poi perdono con il tempo. Ah adesso devi continuare perchè sono troppo curioso e poi scrivi davvero bene cara Giulia!

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  6. a spanne mi sembra buono. Un inizio promettente – l’avevo scambiato per un racconto vero – il vero problema è il dopo ovvero hai già un’idea di come svilupparlo? Dico questo perché basterebbe poco per ritenerlo chiuso.

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    1. Un’idea su come svilupparlo ce l’ho, ma non c’è ancora niente di definitivo. Come ho detto si tratta di una storia a cui penso da anni e che sto modificando per l’ennesima volta. Pubblicherò comunque i vari seguiti, per capire se vale la pena portarla avanti o meno. 🙂

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