Racconti

Furto in un giorno di sole

Ricordo bene quella mattina. Era il primo giorno soleggiato dell’anno – il che sembrava un miracolo, considerando che si trattava dell’uno aprile – e la gente sembrava impazzita. Erano usciti tutti con le prime luci dell’alba, stupiti di non essere stati svegliati dal solito ticchettio della pioggia. La maggior parte delle persone girava con lo sguardo ancorato al cielo, come se fosse la prima volta che vedevano il sole; alcuni esultavano tra di loro e si abbracciavano; altri erano alle prese con le macchine fotografiche, impazienti di immortalare quello spettacolo. Insomma, erano tutti fuori di sé.

Io non mi scomposi troppo, ma ricordo che indossai gli occhiali da sole quasi stranito, non più abituato a sentire quel peso sul naso. Presi l’auto e attraversai il paese lentamente, rischiando un paio di volte di tirare sotto dei bambini che danzavano felici nella brezza primaverile. Quando arrivai al lavoro, notai che anche i miei colleghi erano stati contagiati dai raggi solari: erano tutti in cortile a mezze maniche, fumavano e discutevano del bel tempo.

-Raghetti, hai visto che roba?-

-Ehilà, Raghetti! Da non credere, vero?-

-Stavamo proprio dicendo-

-Era da quanto? Tre, quattro mesi?-

-No no, secondo me almeno cinque-

-Non c’è nemmeno una nuvola-

-Sono tornate anche le rondini-

-Eh, Raghetti? Visto che roba?-

Annuii e mi congedai dalla conversazione con un distratto gesto della mano. Entrai in caserma e presi posto alla mia solita scrivania spoglia. La verità era che odiavo il bel tempo. Mi ero trasferito in quella cittadina più piovosa che altro per un motivo ben preciso. Il sole mi metteva tristezza. O meglio. All’epoca soffrivo ancora di depressione, il mio psicologo mi chiamava “insoddisfatto cronico”. Non c’era una cura per me, se non trovare qualcosa che potesse soddisfarmi appieno. Era stato proprio lui a consigliarmi di lasciare la mia casa, il mio lavoro, e di cambiare aria.

-Raghetti, se non lascia questo maledetto posto, nemmeno la depressione la lascerà mai-

Gli ci era voluto molto per convincermi. Persino mia madre, che aveva pianto quando me n’ero andato da casa sua e che andava nel panico se arrivavo cinque minuti in ritardo al pranzo della domenica, era d’accordo.

-Antonino, non ce la faccio più a vederti così. Sei giovane, bello, hai tutta la vita ancora da vivere. Parti per un viaggio, la mamma starà qui ad aspettarti-

Dopo mesi di pressioni avevo preso quel poco di coraggio che mi rimaneva e mi ero allontanato di ottocentoquarantasei virgola due chilometri dalla mia città natale. Ma torniamo alla parte del tempo. Il mio psicologo sosteneva che dovessi scegliere un ambiente piuttosto freddo e cupo, che potesse farmi sentire a mio agio e in sintonia con esso. Non era il brutto tempo a intristirmi, al contrario, era nei momenti in cui usciva il sole che stavo peggio, perché non potevo condividere la gioia altrui. E questo contribuiva a farmi sentire diverso, sbagliato e insoddisfatto. Proprio come una ragazzina quindicenne.

Fortunatamente, ci pensò il comandante a ristabilire l’ordine. Fece entrare in caserma tutti i miei colleghi e, con un semplice sguardo, zittì il loro inutile chiacchiericcio.

-Posso anche provare a capire il vostro entusiasmo, che reputo comunque eccessivo e infantile, ma ricordate che siamo carabinieri, non cioccolatai. Per noi un giorno diverso dal solito è solo un giorno più pericoloso degli altri-

Era vero. In quel paesino grigio e silenzioso, in cui ogni ora era uguale alla precedente, appena qualcosa di minuscolo sconvolgeva la quotidianità, la gente impazziva. E il nostro lavoro raddoppiava.

-Dossi, ti voglio al telefono, oggi riceveremo molte chiamate- continuò il comandante. -Passami solo quelle che ritieni importanti. Oliveri, tu ti piazzi alla stazione degli autobus, devi avere gli occhi persino sulla nuca. Franzoli, Lamberti e Travi, agli attraversamenti. Tutti gli altri fanno a turno un giro della piazza, altrimenti stanno qui, pronti ad agire. Raghetti,- fece poi, abbassando la voce. -Tu vieni con me-

Lo seguii nel suo ufficio. -Qualcosa non va, signor comandante?-

-C’è qui un uomo, sta delirando. Temo sarà il primo di molti. Voglio che te ne occupi tu, è sicuramente ubriaco. Cerca di calmarlo, se non ci riesci lo porti dalla guardia medica-

-Sissignore-

Il comandate Mortelli mi affidava sempre quel tipo di compito. Sapeva che ero il più distaccato del gruppo e che non mi facevo impressionare da nulla, per cui matti, ubriachi, drogati e violenti erano sempre riservati a me. Mi recai nella sala d’attesa, dove trovai un signore meno giovane di quanto pensassi. Avrà avuto tra i sessantacinque e i settant’anni, stava seduto a terra, contro il muro, con la testa nascosta tra le mani. Appena mi sentì arrivare, scattò in piedi appoggiandosi a una sedia e barcollò verso di me.

-Va bene, va bene- dissi, sostenendolo con entrambe le braccia sotto alle sue ascelle. -Perché non si siede e non mi dice come mai è qui?-

L’uomo annuì, puntandomi addosso gli occhi spalancati e lucidi. Lo aiutai a sedersi e gli offrii un bicchiere d’acqua: non mi sembrava affatto ubriaco, ad essere sincero, solo sconvolto. Tremava e faceva fatica a reggere il bicchiere.

-Cerchi di calmarsi, sono qui per aiutarla- lo confortai.

Lui fece qualche respiro profondo e chiuse un attimo gli occhi. Per un paio di volte provò a iniziare una frase, ma dalla bocca non gli usciva alcun suono. Aspettai, senza fargli fretta, dandogli tutto il tempo di cui aveva bisogno per riprendersi.

-Quella…- balbettò dopo un po’. -Quella… puttana!- esclamò, come se avesse finalmente ritrovato la voce.

-Ohi ohi, calmiamoci. Di chi parla?-

-Me l’ha rubato! Stronza!-

-Signore, se non si spiega meglio non posso fare nulla-

-Me l’ha rubato, lo capisce? Se l’è portato via!-

-Che cosa?-

-Puttana, è solo una puttana!-

-Signore, deve aiutarmi a capire. Che cosa le è stato rubato?-

-Lei se n’è andata e io non lo riavrò più-

-Di che cosa sta parlando?-

-Dovete trovarla, devo riprendermelo!-

-Signore, se non si spiega nessuno potrà aiutarla-

-Vi prego, riportatela indietro-

-Chi? Una persona a lei cara?-

-Cara un corno! Stronza, ecco che cos’è! Ladra!-

-Cosa le ha rubato?-

-Me l’ha portato via per sempre!-

-Signore, cosa le ha rubato?!-

L’uomo si fermò. Mi guardò nuovamente negli occhi. Adesso stava piangendo.

-Se n’è andata. E con una cosa che mi appartiene- disse, questa volta a bassa voce.

Aspettai, senza chiedergli più nulla. Se avesse ripreso a urlare l’avrei portato dalla guardia medica.

-Me l’ha rubato- sussurrò, distrutto. -E così non posso più vivere. Mi ucciderà, lo capisce? Questo dolore mi ucciderà. Non è solo una ladra, è un’assassina! A causa sua sono finito! Dovete trovarla. Devo riaverlo. Me l’ha rubato-

Mi avvicinai al suo viso. Dovevo abbassare il tono della voce, come aveva fatto lui, altrimenti si sarebbe di nuovo agitato. -Cosa le ha rubato?-

L’uomo scosse la testa e si abbandonò sulla sedia. Singhiozzava. Proprio quando iniziavo a pensare che non avrebbe mai risposto, si girò verso di me. Mi stava implorando con lo sguardo.

-Il mio cuore-

GS

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17 thoughts on “Furto in un giorno di sole”

  1. C’è qualcosa che stona nel tuo racconto: alcune parti ottime, altre meno. e’ come un buco temporale, difficile da spiegare.
    L’inizio sembra una favola metafisica, dalle maggior spazio e rendila ancora più surreale…il paese, la giornata di sole, l’eccezione improvvisa. Eliminerei del tutto le motivazioni che hanno portato l’uomo in quel paese come carabiniere, spezza il ritmo del racconto; l’interrogatorio deve venir fuori quasi per caso secondo me, una variazione sul tema della vita e del sole che la riempie. Il derubato piange la sua vita e la sua felicità, l’amore svanito. Fallo guardare fuori prima della sua rivelazione – mi ha rubato il cuore –
    Fai mente locale prima di scrivere, pensa a ciò che conta davvero nella storia, punta diritto al cuore di quello che hai dentro e mettilo fuori senza paura: la storia che scrivi vive poi dentro il testo che mostri, deve essere assolutamente splendida come l’hai partorita intellettualmente.
    Non aver paura di non essere compresa, non hai bisogno di spiegazioni. Concentra la tua idea su pochi punti, da quelli non sfuggire, concentrata: paese sole gente uomo solo che cammina verso il lavoro, una sedia e uno sconosciuto disperato. Solo questo, il resto devono mettercelo i lettori, non distrarli con paragrafi inutili. E non prendertela per questo mio commento se puoi, non sono sicuro di averti trasmesso la mia idea, non volevo offenderti solo dirti che ho letto e l’ho fatto con intensità. Ciao

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    1. Apprezzo il tuo commento, ho aperto questo blog proprio per ricevere pareri sui miei racconti e non basarmi sempre e solo sul mio unico giudizio. Le storie che pubblico qui sono scritte di getto in un paio d’ore, non dedico loro molto tempo né ci lavoro rileggendole e modificandole, proprio perché parto da un’idea di base e ne scrivo una bozza, vedendo poi come reagiscono i lettori. In caso l’idea piaccia, riscrivo o aggiusto il racconto, dandogli più forma, spessore e senso. Quindi mi è molto utile la tua analisi, questo pezzo in particolare l’ho scritto di fretta in una mattina, appunto di getto, facendo semplicemente correre le dita sulla tastiera e senza fermarle. Pertanto ti ringrazio per aver letto con così tanto interesse. 🙂

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  2. Un attimo 🙂 indosso il cappellino da betareader ed entro nella parte:
    Alla frase: “…Mi ero trasferito in quella cittadina più piovosa che altro per un motivo ben preciso…” trovo che quel “che altro” stoni, non scorra. So che è un uso comune nel dialogo parlato ma scritto l’ho trovato fuori contesto rispetto al resto. Come se non lo avessi scritto tu 🙂 Avrei magari letto bene un: “Mi ero trasferito in quella cittadina proprio perché particolarmente piovosa…” o qualcosa di simile.
    Al passo: “….città natale. Ma torniamo alla parte del tempo. Il mio psicologo…” ci metterei un punto e a capo Sul Ma torniamo, magari completando la frase precedente con un commento di contorno. Oppure andando a capo al secondo punto. Penso che staccherebbe di più.
    Per il resto nulla da ridire, complessivamente mi è piaciuto.
    🙂

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    1. Ho usato quell’espressione perché il protagonista parla in prima persona e quindi ho scritto nel suo gergo, che non è povero o eccessivamente colloquiale, ma comunque non aulico o elegante. Anche nel passaggio seguente in cui, è vero, starebbe meglio andare a capo, ho mantenuto semplicemente lo scorrere dei suoi pensieri, che staccano da un concetto e passano subito a quello successivo, come un flusso di coscienza del personaggio. Ti ringrazio per il tuo commento, per me è importante ricevere pareri che vadano oltre il “bello” o “brava”, ho apprezzato molto. 🙂

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  3. qui incentri il racconto sulla figura, originale, di questo carabiniere depresso e sensibile, tanto che del finale (in verità un po’ prevedibile) più del “cuore” dell’interrogato, mi preme la capacità dell’uomo in divisa di trovare la modulazione esatta della voce e del suo atteggiamento in generale per far parlare l’altro. Sensibilità, appunto.
    permettimi una digressione: mi hai fatto tornare in mente un corto visto anni fa, sullo stesso tema. Lì una ragazza confusa si presentava ai carabinieri per denunciare angosciata la perdita dei propri sogni. Il corto era tutto giocato sulla discrepanza insanabile tra le emozioni della ragazza (bravissima) e la traduzione a verbale in perfetto burocratese delle stesse da parte dei carabinieri, senza che ci fosse nulla di umoristico, semmai era drammatico-surreale.
    ml

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