Racconti

Come pazzi

Richi guidava come un pazzo, premendo il piede sull’acceleratore fino a che il rombo del motore non diventava insopportabile, ferendo i timpani e rimbombando tra le pareti interne del cranio. Non ci provavo nemmeno a farlo rallentare, ormai sapevo che i miei tentativi lo spingevano solo a far peggio. Era come un cane da caccia, se fiutava la paura aumentava il passo, ancora più convinto della sua direzione. Per questo, ogni volta che avevo la sfortuna di salire in macchina con lui, mi limitavo a tenermi con tutte le mie forze, ficcando quel che rimaneva delle mie unghie mangiucchiate in quel che rimaneva del fodero in pelle del sedile. Alla fine di ogni viaggio mi ritrovavo lo stomaco in gola e le budella ribaltate.

-Non provare a fopparmi sul cruscotto- mi apostrofava lui.

Non che ce ne fosse bisogno – non era mai successo che gli vomitassi in auto -, ma Richi era così legato a quella vecchia Camaro rubata che ripeteva sempre la stessa frase.

Fortunatamente, le occasioni in cui mi capitava di dover salire a bordo del suo rottame erano rare, e solo per fare il breve tragitto fino all’autolavaggio del padre di Lori. La maggior parte delle volte mi ci portava Ivan, il fratello di mia mamma, ma se si trovava qualche buon affare sotto mano non esitava a mollarmi al primo venuto – e il nostro vicino Richi, uno dei migliori amici di Lori, spesso era la mia unica scelta. Ovviamente, mia madre non sapeva di quando rischiavo la vita per andare al lavoro, ma mantenevo il segreto di mio zio per evitare di perdere il primo e unico impiego che ero riuscita a trovare nel paese fantasma in cui vivevamo. Era un tacito accordo tra di noi: lui pagava il ragazzo perché mi accompagnasse e io non facevo la spia.

Quella in questione era una calda mattina di agosto, con quel tipo di luce che rende quasi impossibile tenere gli occhi aperti e quell’afa che blocca il respiro. Appena alzato, Ivan aveva sentito parlare di un gruppo di turisti che alloggiava al motel appena fuori la superstrada e, sentendosi fortunato, aveva deciso di aprire il bar, con la speranza che i visitatori potessero farci un salto prima di ripartire verso lidi migliori. L’ultima volta che si era degnato di aprire il locale di famiglia era stato dopo il funerale di mio padre, dieci mesi prima, per permettere ai tristi (poi non tanto tristi) invitati di sbronzarsi dignitosamente. E ci aveva visto giusto: gli incassi di quella giornata erano stati sbalorditivi. Per cui, quando lo vidi tutto sorridente e con quell’inconfondibile mazzo di chiavi in mano, capii che non si sarebbe fatto vedere per tutto il giorno.

Beccai Richi alla sala giochi, dove ero sicura di trovarlo, sdraiato sul tavolo da biliardo e con una sigaretta tra i denti. Aveva la stecca in mano, ma non sembrava intenzionato a giocare, anzi, probabilmente era lì solo per usufruire del piccolo ventilatore a pale che gli scompigliava i capelli. Come mi vide sull’ingresso si alzò e mi condusse fuori, verso la Camaro, senza neanche salutarmi. Non che di solito lo facesse: con me non ci parlava granché. Anche questo era una sorta di tacito accordo: “tu sfrutti il mio passaggio, io vengo pagato da tuo zio, siamo tutti contenti quindi non rompiamoci le palle a vicenda”. E a me andava bene così – come tutti i ragazzi del paese, Richi era uno a cui non conveniva dare troppa confidenza.

A causa della folle velocità a cui andavamo, arrivammo all’autolavaggio con largo anticipo, il che costrinse Lori ad accoglierci in boxer e con i capelli ancora umidi di doccia (visione non del tutto spiacevole, devo ammettere). Ci offrì il caffè, poi lui e Richi si fumarono diverse sigarette, mentre io cercavo di interagire con il temuto mastino del signor Furio.

-Uè, Dalia- mi chiamò all’improvviso Lori.

Mi voltai, cercando di scorgerlo in viso nonostante i raggi solari che mi bruciavano gli occhi.

-Vedi di sorridere oggi- continuò. -Ché il vecchio non è contento degli incassi dell’ultimo mese. E togliti quella camicia da suorina-

Arrossii, abbassando lo sguardo sulla camicetta lilla di mia madre.

-La gente non te la dà la mancia, se non vede abbastanza-

-Vacci piano, Lo’- intervenne Richi. -Che poi questa racconta tutto allo zietto e son cazzi-

-Come se gliene fregasse qualcosa a quello- ridacchiò l’altro. -Non ce l’avrebbe mandata qui, no?-

I due soffocarono un paio di imprecazioni nelle risate e poi mi intimarono di mettermi al lavoro. Io mi sbottonai la camicia, legai i due lembi in vita e mi posizionai sul ciglio della strada, con il cartello “AUTOLAVAGGIO 2 EURO” ben alzato.

E sorrisi, pronta a sopportare un’altra lunga giornata umiliante. Aspettando soltanto il momento di tornare a casa, per poter salire di nuovo sull’auto di Richi. Sperando che quella potesse essere la volta buona.

Perché Richi guidava come un pazzo. E io, come una pazza, pregavo ogni volta che non avesse il tempo di frenare.

(to be continued…)

GS

(INFORMAZIONE DI SERVIZIO: Recentemente sono sbarcata anche su Facebook con la pagina Donut open this blog, un diario personale dove condividerò momenti, pensieri, immagini, oltre agli articoli più lunghi ed elaborati che già pubblico sul blog. Mi farebbe molto piacere se mi seguiste anche lì, per rimanere in contatto in modo ancor più immediato e per conoscerci anche al di fuori del meraviglioso mondo che è WordPress. Quindi, se avete voglia di entrare nella mia testa strampalata, mettete like alla pagina!)

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