Pensieri sparsi

Che ci vuoi fare, son fatta così

La nostra è una specie in via d’estinzione – i famosi “pochi ma buoni”, per intenderci. Ci si riconosce facilmente, da lontano, dalla camminata leggermente sbandante o dallo sguardo che si posa freneticamente su tutto ciò che ci circonda. O dal mezzo sorriso da ebeti stampato in faccia. Se poi siamo in buona, potrebbe anche capitarvi di vederci muovere la testa al ritmo di una musica inesistente, o le labbra, impercettibilmente, come a canticchiare una canzone che conosciamo solo noi. Di solito non ci accorgiamo nemmeno di essere osservati, avanziamo imperterriti, ignari di attirare l’attenzione dei più e di provocare l’imbarazzo dello o degli sventurato/i che ci stanno accanto (spesso c’è persino uno scambio di battute silenziose tra questi ultimi: i primi chiedono spiegazioni inarcando le sopracciglia, i secondi rispondono arricciando le labbra e facendo spallucce – sottotitolo: “Che ci vuoi fare, è fatto così”).

Noi ci proviamo, giuro che ci proviamo a non farci notare, ma quasi sempre con scarsi risultati. E il bello è proprio questo: siamo la personificazione della spontaneità, il ritratto dell’espressione “con la testa tra le nuvole”. Guardiamo il mondo con gli occhi spalancati di un bambino la mattina di Natale, con tanto di stellina scintillante nell’iride.

Quando poi qualcosa attira la nostra attenzione (una nuvola a forma di porcospino, la vetrina di una pasticceria, il manifesto di un film che aspettavamo da tempo, un cagnolino), diventiamo euforici: nella maggior parte dei casi iniziamo a saltellare e a colpire ripetutamente il braccio dello sventurato più a portata di mano; la voce ci si fa acuta e stridula e spesso emettiamo versi incomprensibili, un po’ come quelli dei pupazzetti in plastica a cui fai “bodi bodi” sulla pancia. Nei casi più estremi o andiamo in iperventilazione, o ci mettiamo a piangere (costringendo lo sventurato di prima a) ad assecondarci fingendosi interessato e ugualmente colpito, b) a commiserarci con un paio di pacche sulla spalla, c) a soffocarci con un tovagliolo imbevuto di etere etilico e d) a darsela a gambe).

Così ogni piccola cosa, per noi, diventa motivo di stupore: la nostra canzone preferita che parte alla radio; un piatto di gnocchi al formaggio; un papà che gira mano nella mano con il suo bambino; un vestito che ci sta a pennello; un tramonto; un all you can eat di sushi; un vecchietto che porta i fiori a sua moglie; il profumo delle pagine di un libro nuovo; gli occhi della persona che amiamo.

Cose che ci lasciano a bocca aperta e che vorremmo condividere con chiunque, come se fossero eventi irripetibili.

E, per quante volte potrete farci notare che esageriamo, noi risponderemo sempre e comunque: che problema c’è.

Questo, in poche parole, è il nostro potere. Il potere di noi che ci emozioniamo con poco. Che da una piccola cosa ne facciamo un motivo di gioia. Che vediamo bellezza ovunque. Che riusciamo a trasformare una giornata “no” nella migliore della nostra vita.

Ben consapevoli che domani sarà ancora Natale.

GS

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14 thoughts on “Che ci vuoi fare, son fatta così”

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