Risvegli /Capitolo 1

Buio. Bip. Un assordante bip nelle orecchie. Dolore alle costole, respiro pesante. Odore pungente, di chiuso, di vecchio, di alcool. Callie inspirò profondamente, chiedendosi se stesse ancora sognando o se sua madre avesse dimenticato qualche cibo scaduto nel frigorifero e stesse cercando di mascherare quell’odore nauseabondo con un pessimo profumatore per ambienti. Si stiracchiò, e subito una fitta di dolore le attraversò il busto e la fece gemere. Si portò una mano al petto, dove convergeva la fitta, il viso contratto in una smorfia sofferente. Un forte capogiro le impedì di aprire gli occhi e la fece aggrappare con tutte le sue forze alle lenzuola del letto. Era vero, prima della sera del ballo non aveva mai bevuto – nemmeno il famoso bicchiere di spumante che sua nonna cercava di rifilarle a ogni Natale – ma non pensava che i postumi sarebbero stati così pesanti. Si chiese se anche quell’incessante bip non fosse un’allucinazione causata dall’alcool, non riuscendo ad immaginare da dove altro potesse provenire. Forse sua madre aveva bruciato la colazione e quello era il segnale d’allarme?

Finalmente decise di aprire gli occhi, era ormai chiaro che non si trattava di un sogno. Le ci volle un attimo per abituarsi alla luce, prima che le macchie di colore fluorescente si levassero dal suo campo visivo. Pur essendo la miglior studentessa della Rockville High School, non brillava certo per perspicacia o buon intuito, anzi, era molto intelligente ma non particolarmente sveglia (complice forse il suo costante vivere tra le nuvole, in un mondo tutto suo), ed è per questo che il primo faticoso pensiero che riuscì a formulare fu: “Non sono in camera mia”. Non trasalì, né andò nel panico, né cercò rapidamente una via di fuga, accettò semplicemente la consapevolezza di non sapere dove si trovasse. Si guardò intorno lentamente, aspettando che la stanza smettesse di vorticare, e finalmente capì da dove proveniva quel fastidiosissimo bip: tramite alcuni cavi colorati connessi al suo polso era collegata a una macchina che riportava su un led i valori delle sue funzioni vitali. Buffo. Non più di venti ore prima (almeno secondo il suo orologio biologico) aveva scoperto di essere stata ammessa alla facoltà di medicina della Johns Hopkins University a Baltimora e, in teoria, non avrebbe dovuto vedere un’ospedale prima di due mesi. In pratica, invece, sembrava si trovasse proprio in una stanza d’ospedale e, cosa peggiore, vi era non come tirocinante, bensì come paziente. Scavò nella sua memoria per recuperare tutte le conoscenze mediche che aveva, e vi assicuro che erano molte – Callie era dotata di una memoria fotografica infallibile – ma, come ho detto, era un po’ lenta e ci mise un attimo prima di mettere a fuoco la situazione. Innanzitutto, era stabile: il monitor non segnava particolari anomalie (se non un battito cardiaco notevolmente veloce, probabilmente causato dallo stato di agitazione in cui si trovava). In secondo luogo, non riportava lesioni o fasciature e, a parte l’indolenzimento al petto che si faceva sentire a ogni respiro, non avvertiva altri dolori. Che fosse stata coinvolta in un incidente?

Cercò di ricordare qualcosa che potesse confermare quella teoria, ma era così confusa. Doveva concentrarsi e fare mente locale: i suoi ricordi più recenti la riportavano al ballo del diploma, al discorso tenuto sul palco, al premio come studentessa modello dell’anno, alle vorticose danze insieme a Truman e al punch originariamente analcolico e poi corretto con la vodka. Era stata una serata magica, esattamente come l’aveva sempre sognata e pianificata. Si trattava sì della fine del liceo, ma anche dell’inizio della sua nuova vita: a settembre si sarebbe trasferita al campus di Baltimora per frequentare una delle più prestigiose università degli Stati Uniti, mentre il suo ragazzo Truman, campione regionale di pugilato, avrebbe iniziato a girare il Paese per affermarsi professionalmente in quel campo, andando però a trovarla ogni week-end. Secondo i suoi piani, si sarebbe poi laureata, avrebbe preso casa insieme a Truman, diventato a quel punto un pugile ricco e famoso, e avrebbe iniziato la specializzazione al Johns Hopkins Hospital, al termine della quale si sarebbe concessa un figlio o due (e magari anche un cane). Il piano era così vivo nella sua mente che era sicura si sarebbe realizzato nei minimi dettagli e che nulla sarebbe andato storto. Ecco cosa ricordava della sera prima, solo soddisfazione, spensieratezza, trepidazione, nessun incidente o evento spiacevole. Allora come era arrivata lì? E perché non c’erano né il suo ragazzo né i suoi genitori al suo capezzale?

Un terribile presentimento si insinuò tra i suoi pensieri: il punch. Aveva esagerato con il punch alcolico, ecco cos’era successo. Probabilmente era andata in coma etilico, motivo per il quale non ricordava niente dell’accaduto. E i suoi genitori erano talmente delusi dal suo comportamento che non si erano nemmeno presentati in ospedale. Truman l’aveva avvisata, ma lei voleva sentirsi libera e leggera almeno per una notte, non gli aveva dato retta, aveva continuato a riempirsi il bicchiere fino a non reggersi più in piedi. Doveva essere andata sicuramente così. Provò a mettersi a sedere, ma le fitte a sterno e costole glielo impedirono. Forse avevano dovuto rianimarla con le piastre, ecco perché si sentiva così indolenzita. Allora schiacciò il pulsante alla sinistra del letto per alzarne lo schienale (intuizione geniale, rispetto ai suoi standard) e iniziò a cercare con lo sguardo i suoi effetti personali, aveva bisogno del cellulare per chiamare casa e scusarsi per il suo comportamento da irresponsabile.

Ma un altro pensiero le balenò in testa, e questa volta fece vacillare la sua solida teoria: Callie vedeva. Non che prima fosse cieca, no, non aveva appena riacquistato miracolosamente la vista. Qualche diottria sì, però. Si accorse che vedeva, pur non portando gli occhiali. Era miope da quando aveva quattro anni e aveva sempre portato la stessa montatura, nera e spessa, cambiandone soltanto la misura mano a mano che cresceva. Si portò le mani al viso e ne ebbe la conferma: non indossava i grossi occhiali che la caratterizzavano, eppure ci vedeva perfettamente. E questo fatto non poteva certo spiegarsi con un bicchiere di punch e vodka di troppo, persino una persona fantasiosa come Callie lo capiva. Ma allora che cosa le era successo? Come era passata dal classico ballo di fine anno ad una stanza di ospedale, indolenzita – ma non troppo – e senza più il bisogno di indossare gli occhiali?

…LEGGI IL SEGUITO: Visite /Capitolo 2 

GS

Annunci

6 pensieri riguardo “Risvegli /Capitolo 1

  1. Pingback: Visite /Capitolo 2

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...