Visite /Capitolo 2

(ATTENZIONE: Questo è il seguito di Risvegli /Capitolo 1)

Prima che potesse inventare nuove congetture che spiegassero quell’anomalia, Callie fu distratta da un inconfondibile rumore di passi non troppo lontano da lei. Probabilmente si trattava di una donna, lo scontrarsi dei tacchetti con il pavimento di marmo risuonava forte e chiaro (a questo però Callie non pensò, era troppo tesa per ipotizzare il sesso della persona che stava andando a farle visita). Davanti allo scomodo letto su cui giaceva c’era una porta di vetro opaco semitrasparente, attraverso la quale riuscì a distinguere poco dopo un’ombra bassa e tozza. Callie sentiva il cuore in gola e faticava a deglutire: forse finalmente avrebbe trovato una spiegazione all’assurda situazione in cui si trovava. L’ombra indugiò davanti alla sua stanza per qualche secondo, poi la porta si aprì.

Si trattava di una donnina con qualche mento di troppo, spumosi capelli giallo canarino e un camice bianco eccessivamente lungo per la sua statura. Portava delle scarpe nere con il tacco basso e teneva tra le mani una cartellina sulla quale concentrava tutta la sua attenzione. Per questo motivo, si accorse di Callie solo dopo alcuni secondi.
-Uh, è sveglia, signorina Jones- trillò, esibendosi in un dolce sorriso.
Callie aprì la bocca, senza però riuscire ad emettere alcun suono.
-Oh, non si sforzi, potrebbe volerci un po’ prima che recuperi appieno la sua voce- disse ancora lei.
Ma la ragazza non le diede retta e riuscì a biascicare un flebile: -Dove sono?- (azione che le procurò un’altra forte fitta al petto).
La dottoressa appoggiò la cartellina su una scrivania alla destra di Callie e le si avvicinò, controllando i valori sul monitor.
-Non è mio compito dirglielo, ma posso comunicarle che le sue funzioni vitali sono stabili e che si riprenderà prestissimo!-.
Ora che le stava a pochi centimetri di distanza, Callie poté notare che dietro al suo sorriso buono e rassicurante si celava un sottile velo di tristezza. Era come se fare quello che stava facendo le costasse molta fatica e si stesse comportando come se nulla fosse solo per indorare la pillola.
-Dove sono i miei genitori?- chiese ancora Callie, senza nascondere una smorfia di dolore.
Portandosi l’indice alle labbra, la dottoressa le fece teneramente segno di tacere.
-Non si preoccupi, cara, a breve arriverà il dottor LeBlanc che risponderà a tutte le sue domande. Intanto, io sono la dottoressa Annie Dott, ma può chiamarmi Annie. È una ragazza forte, signorina Jones, può stare tranquilla- disse, con quella vocina costantemente squillante.
Ma Callie ne dubitava assai.

Non era mai stata fisicamente forte. Non era mai stata atletica, non aveva mai amato lo sport né lo aveva mai praticato. Alla corsa campestre della Rockville High School si classificava sempre ultima e arrivava al traguardo rossa in viso e senza fiato. Non a caso vinceva sempre il premio di miglior studentessa e non di miglior atleta. Truman le ripeteva in continuazione che quel suo stare costantemente seduta e china sui libri presto o tardi le si sarebbe ritorto contro, ma lei era così pigra e debole che andava in iperventilazione dopo una rampa di scale e aveva bisogno d’aiuto per aprire un barattolo di marmellata. Quindi no, non si sentiva tranquilla. Soprattutto perché non sapeva ancora cosa le fosse successo. Annie Dott scribacchiò qualcosa sui suoi fogli, staccò il tubo che collegava Callie alla sacca del sangue e quello delle vie urinarie e le fece firmare il modulo di dimissione.
-Vado a chiamare il dottor LeBlanc, dopodiché potrà alzarsi- le comunicò, sempre con quel sorriso troppo zuccheroso per essere sincero.
Callie rimase seduta lì, imbambolata, confusa e sconvolta dall’assurdità di quella situazione.

Se Annie era una dottoressa, perché non aveva risposto lei alle sue domande? Perché c’era bisogno di un altro dottore per far chiarezza sulla sua condizione? Callie trasalì. Forse il dottor LeBlanc era un oncologo. Forse lei aveva il cancro ed era a uno stadio così avanzato che non potevano far altro che rispedirla a casa. Forse Truman e i suoi genitori erano in sala d’attesa a consolarsi l’un l’altro. Poteva essere un tumore dell’occhio, ed ecco spiegato perché avesse recuperato improvvisamente la vista (in quel momento, Callie stava andando talmente nel panico che non pensò al fatto che, con un tumore all’occhio, solitamente la vista la si perde). La sua fantasia cominciò a galoppare e ben presto si vide in una bara, morta a diciotto anni, ancor prima di entrare fisicamente alla Johns Hopkins, ancor prima di andare a vivere da sola, ancor prima di (si vergognò al pensiero) fare sesso con Truman. Come poteva essere capitato proprio a lei? Lei che aveva sempre adempiuto ai suoi doveri, che si era sempre impegnata per raggiungere i risultati migliori, che aveva bevuto il primo sorso d’alcool della sua vita soltanto la sera prima. Be’, almeno significava che non era andata in coma etilico, che non si era ubriacata. Il cancro non dipendeva dal suo comportamento, e questo pensiero rincuorò Callie. Sì, sarebbe morta da persona pulita, senza peccati sulla coscienza.

Era così presa da quei folli ragionamenti, che non si accorse della grossa ombra che si era piazzata dietro la porta. Infatti, quando il dottor Jale LeBlanc fece il suo ingresso nella stanza, Callie sobbalzò.

TO BE CONTINUED…

GS

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