PROLOGO (prima parte) – Ogni ventun dicembre

(State per leggere l’inizio del romanzo a cui sto lavorando in questo periodo: Ogni ventun dicembre. Tengo molto a questo progetto e ci sto mettendo anima e corpo! Mi piacerebbe molto se vi andasse di leggerlo e di dirmi che cosa ne pensate. Sono già disponibili i primi capitoli!)

Il motivo principale del suo costante cattivo umore era la sveglia, troppo aggressiva per potergli garantire un delicato distacco dal mondo dei sogni. Gli perforava i timpani ogni mattina, buttandolo giù dal letto a calci nel sedere e provocandogli un ormai innato disprezzo per la vita. Neanche si curava di cambiare suoneria, crogiolandosi in quello stato di abituale apatia e compiacendosi di quell’umore giustificato, divenuto caratteristico della sua persona. Quei bruschi risvegli lo portavano all’inappetenza, quindi si buttava sotto la doccia senza aver nemmeno bevuto un caffè, illudendosi che l’acqua potesse trascinare con sé la nube di negatività che lo abbracciava stretto. Subito dopo, ancora bagnato e con l’asciugamano in vita, tirava un paio di pugni al sacco da box che aveva appeso in camera, raccogliendo tutta la forza che aveva in corpo ma fermandosi giusto un attimo prima di cominciare a sudare. Spesso, tra un colpo e l’altro, la vista gli si annebbiava e si riscopriva a piangere sommessamente, senza alcun preavviso. Lasciava che le lacrime gli scorressero sul viso, indugiando sulle sue labbra quanto basta per fargli assaggiare il loro sapore salato, per poi scivolare giù e scomparire tra i peli del suo petto. Finito il breve allenamento, si infilava un completo elegante, cercava di domare la sua capigliatura ribelle e, dopo aver versato del latte nelle ciotole in giardino, dove gatti e volpi andavano periodicamente a rifocillarsi, usciva di casa.

Quella mattina era particolarmente grigia e la nebbia avvolgeva con le sue dita sottili case e macchine, che si distinguevano solo grazie alle finestre illuminate o ai fari abbaglianti. L’autunno, alle porte da qualche giorno, sembrava essere finalmente approdato nella cittadina ed era più che mai desideroso di insinuarsi in ogni suo spiraglio. Le strade erano lucide di pioggia, come se il temporale della notte prima, ormai placatosi, volesse imprimere le sue tracce sull’asfalto per essere ricordato. E l’effetto era proprio quello: chiunque uscisse di casa a quell’ora indossava impermeabile e berretta, con al braccio un ombrello pronto a essere sfoderato.

Tutti tranne Diego. A vederlo si sarebbe detto che la pioggia se l’era presa tutta, ma in realtà i suoi capelli disordinati gocciolavano ancora l’acqua della doccia mattutina. Portava un completo formale scuro che gli stava leggermente stretto sul busto e che non pareva farlo sentire del tutto a suo agio, visto il modo rigido e impettito in cui si muoveva. Era di fretta ma avanzava a fatica, come se qualcosa, forse il vestito, forse i suoi pensieri, lo stesse trattenendo. Camminava in direzione del molo, come la maggior parte dei passanti, e più ci si avvicinava più il vento gli sferzava il volto, facendogli rabbrividire le guance e pizzicare il naso.

Erano le sei e cinquanta del mattino e mancavano undici minuti alla partenza del primo traghetto di giornata. Gli abitanti dell’isola si posizionavano silenziosamente sulla banchina, formando una fila ordinata davanti all’imbarcazione. Alcuni di essi sfogliavano distrattamente il giornale, o sorseggiavano un caffè takeaway, o muovevano avanti e indietro la testa al ritmo della musica nelle loro cuffiette, quasi in un mondo parallelo. Non c’erano brusii di sottofondo, a quell’ora nessuno aveva voglia di fare conversazione. Alle sette meno cinque un ufficiale scese dalla barca e alzò la catena che bloccava l’accesso ai passeggeri, facendoli accomodare uno alla volta. Tra di loro c’erano anche parecchi uomini in abito elegante e con valigetta alla mano, proprio come Diego.

Lui, però, non era in coda con tutti gli altri. Era pochi metri più indietro, al di là della strada, davanti a un baracchino con le serrande abbassate. L’insegna, leggermente pendente da un lato e con le lettere sbiadite, recitava: “Fiorista Felice”. Diego aveva la schiena poggiata alla saracinesca umida e lo sguardo puntato sul mare, che danzava irrequieto, covando la prossima infuriata. A ogni battito di ciglia le increspature sulla sua superficie cambiavano forma, divenendo ora appuntite e taglienti ora dolci e smussate. In lontananza, dietro alle nubi plumbee, si poteva percepire un fioco raggio di luce, segno che il sole, anche quella mattina, stava sorgendo. Diego controllò l’orario sul suo telefono: sette in punto. Il rombo della sirena avvisò l’isola che il traghetto era prossimo alla partenza e gli ultimi ritardatari si affrettarono ad attraversare il pontile. Quando lo zero sullo schermo si trasformò in uno, la nave cantò di nuovo e si staccò lentamente dal molo, spezzando l’armonia delle onde e portando con sé gran parte della popolazione dell’isola. Come ogni mattina, Diego seguì con gli occhi il corso della barca fino a che non sparì, risucchiata dalla nebbia.

LEGGI IL SEGUITOPROLOGO (seconda parte) – Ogni ventun dicembre

GS

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13 pensieri riguardo “PROLOGO (prima parte) – Ogni ventun dicembre

  1. l’incipit è buono, hai tratteggiato il protagonista senza appesantirlo di troppa descrizione. viene da chiedersi che ci faccia costui alle sette del mattino sul molo in abito elegante davanti a un negozio di fiori. Non credo sia lui il fiorista (felice no di sicuro), più facile che voglia comprare dei fiori per il cimitero.
    vedremo.
    ml

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