PROLOGO (seconda parte) – Ogni ventun dicembre

(ATTENZIONE: Questo è il seguito di PROLOGO (prima parte) – Ogni ventun dicembre)

«Oggi c’era anche mio figlio» disse una voce alle sue spalle.

Il signor Felice fissava il punto in cui poco prima era scomparso il traghetto, con un velo di malinconia che gli attraversava il volto solitamente sereno.

«È in ritardo» lo apostrofò Diego.

«Sì. Volevo salutarlo come si deve. Ha deciso di trasferirsi in città». Si passò una mano sugli occhi stanchi. «Dio solo sa quando lo rivedrò».

Diego sospirò, allontanandosi dalla serranda per permettere al fioraio di aprirla. «La città se li mangia tutti» mormorò.

Il signor Felice annuì e, dopo qualche lungo secondo di attesa, entrò nel negozio.

Erano pochi i commercianti che ancora esercitavano la propria professione nell’isola. La maggior parte di essi aveva aperto un chioschetto sull’altra costa, o si era trasferito nel gran centro commerciale della città, e ogni mattina saliva sul primo traghetto di giornata per allontanarsi da quel luogo abbandonato. L’unico aspetto che li teneva ancorati all’isola era il basso costo della vita: i vecchi proprietari di case e negozi, dopo il fallimento di quella che un tempo era una gettonata meta turistica, non vedevano l’ora di liberarsi dei propri possedimenti e vendevano tutto a prezzi stracciati. Non esisteva amministrazione, non esistevano servizi pubblici, erano gli abitanti stessi a occuparsi della loro cittadina e della sua gestione. La valuta di scambio era in molti casi il baratto: si barattavano favori, corrente elettrica, materie prime, a volte anche semplice compagnia. Si viveva di ricordi, perché l’isola non poteva offrire altro. Per il resto, era come camminare tra i fantasmi – considerando anche l’età media incredibilmente alta degli abitanti. Ormai le nuove generazioni stavano pian piano sparendo, risucchiate dal caos e dalle luci della città.

Solo in quel momento, Diego si rese conto di non aver mai incontrato il figlio del signor Felice, sebbene passasse dal fiorista alle sette in punto di ogni mattina da più tempo di quanto volesse ricordare. Si chiese quanti anni avesse, come si chiamasse, perché avesse deciso di prendere quel battello che non l’avrebbe più portato indietro. Con il senno di poi, avrebbe voluto incontrarlo per spiegargli che la città è solo un mostro dalle mille facce che ingannano e illudono, che tutte quelle luci prima o poi accecano, che non sarebbe più riuscito a dormire a causa del rumore. Che si sarebbe perso, prima o poi.

«Il solito, Diego?» gli chiese il signor Felice, riscuotendolo da quei confusi pensieri.

«Già» bofonchiò lui.

L’uomo prese un rotolo di elegante carta color crema, ne ritagliò un foglio, lo accartocciò a imbuto e ci infilò dentro una dozzina di rose azzurre. Saldò il mazzo con un filo di spago e lo porse a Diego. Ma, prima che il ragazzo potesse afferrarlo, ritirò la mano e mormorò: «Raccolgo solo queste ormai».

I due si guardarono per qualche secondo, poi il signor Felice aggiunse: «Ogni sera, prima di rientrare a casa, prendo la macchina e vado al litorale sud. Si trovano unicamente lì». I suoi occhi grigi si persero momentaneamente tra quei petali color ghiaccio. «In città se le sognano. Farei un affare ad andare a venderle di là. Ma rimango qui per lei» concluse.

Diego aggrottò la fronte, confuso. Poi, come se fosse la prima volta che entrava in quel negozio, si guardò intorno. E allora capì: non c’erano più i bellissimi e sgargianti fiori che avevano reso quel posto famoso in tutta l’isola, solo rimasugli di gambi rinsecchiti e foglie spiaccicate. Senza che lui se ne accorgesse, quel baracchino si era spogliato dei suoi colori e adesso ospitava solo un vaso di rose azzurre sistemate con ordine. Tutti gli altri espositori erano vuoti.

«Perché lo fa?» chiese.

«Perché sono l’unica persona con cui parla. E perché so, in cuor mio, che non è pazzo».

Diego guardò quell’uomo che conosceva da anni ma del quale non sapeva nulla.

Poi, ricomponendosi, tirò fuori dalla valigetta un sacchettino pieno di monete e lo appoggiò sul bancone. «Raggiunga suo figlio. Dovrebbe stare con le persone che ama, lei che può».

Prima che l’uomo potesse rispondere, Diego agguantò le rose e uscì dal baracchino. Poi attraversò velocemente la strada, dirigendosi alla solita panchina dalla vernice scrostata. E lì, esattamente davanti a dove fino a pochi minuti prima c’era il traghetto, si sedette, nonostante il legno umido di pioggia, con lo sguardo incollato all’orizzonte, il completo elegante e i fiori in mano. In attesa.

LEGGI IL SEGUITOCAPITOLO UNO (prima parte) – Ogni ventun dicembre 

GS

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