CAPITOLO UNO (terza parte) – Ogni ventun dicembre

(ATTENZIONE: Questo è il seguito di CAPITOLO UNO (seconda parte) – Ogni ventun dicembre)

«E la gente ci crede?» chiese Loris, quasi strozzandosi per le risate.

Diego si ripulì la bocca bagnata di birra con il dorso della mano. «Altroché».

«Lo sapevo!» esultò Vito. «Sono dei ritardati quelli della città».

«Da dove venivano questi?» chiese Sem.

Diego temporeggiò, trattenendo un sorriso. «Be’… Da un circolo letterario» ammise, divertito.

Le loro risa esplosero prepotentemente nella sala, raggiungendo tutti i clienti dell’Ales & Stout.

Esisteva un solo posto dove i turisti non arrivavano a ostruire la quiete della cittadina, un solo posto dove gli abitanti dell’isola si sentivano liberi di incontrarsi ogni sera per allontanarsi dai rumorosi bar e ristoranti della zona portuale. Si trovava sulla costa nord-est, sulla cima di un promontorio a strapiombo sul mare, e distava circa trenta minuti d’auto dal molo. L’area circostante era disabitata, perché perlopiù boschiva e a tratti rocciosa, e quello era l’unico edificio nel raggio di chilometri, ma la vista che si godeva dall’Ales & Stout era impareggiabile: pareva quasi di fluttuare a mezz’aria, a bordo di una navicella spaziale dotata di tavoli, sedie, un bancone al quale ordinare qualsiasi tipo di birra e un vecchio jukebox che nessuno utilizzava mai e che, per questo, veniva lasciato trasmettere gli stessi quattro brani a ripetizione. Nessun turista proveniente dalla grande città si sarebbe mai addentrato così profondamente nell’isola, allontanandosi dal quartiere civilizzato, e questo era un sollievo. Niente continui flash sparati ovunque, niente discorsi sulle differenze tra i due stilli di vita, niente domande ficcanaso e inopportune, niente commenti pungenti e offensivi. Solo la quiete e la semplicità proprie di quella piccola comunità.

«Comunque, per essere degli idioti lo sono eccome» riprese Loris. «Ma laggiù hanno cose che qui ci sogniamo. Loro ci avrebbero messo due ore ad allestire la piazza, mentre noi siamo in ballo da tre giorni. Non c’è proprio paragone».

«Ah be’, io l’ho detto a mamma: l’anno prossimo ti saluto» disse Vito, tra un sorso di birra e l’altro.

Sem tossicchiò. «Non facciamo altro che schernirli e poi tu progetti di unirti a loro?»

«E chi non vorrebbe?» si intromise Loris. «Lo sanno tutti che là è il paradiso. Il fatto che ci abitino dei dementi è un altro discorso».

«Io non ho intenzione di consegnare frutta e verdura per tutta la vita» dichiarò Vito.

«E cosa vorresti fare?» chiese Sem.

Vito gli lanciò uno sguardo di sfida, provando a capire se lo stesse canzonando o meno.

«Sono serio!» replicò lui. «Se ti trasferissi in città, cosa ti piacerebbe fare?»

«Ma che ne so…» rispose, guardandosi intorno in cerca di ispirazione. «Aprire un pub magari, come questo. Però più fico, perché sarebbe in città».

Sem annuì, con l’espressione di uno che avrebbe da controbattere ma preferisce tacere.

«Volete sapere cosa farei io?» esordì Loris, allungandosi sul tavolo per avvicinarsi gli altri. «Andrei a riprendermi Ursula. E, quant’è vero che amo la birra, me la sposerei!»

I ragazzi scoppiarono in una fragorosa risata, additando Loris e sputacchiando frasi come “ma fammi il piacere!”.

«Sentite, Ursula è una dea! Voi non avete idea di come siano le ragazze laggiù, non siete mai riusciti a dir loro nemmeno “ciao”!» Si interruppe, incupendosi. «Per non parlare di Diego che non ci è proprio mai stato».

«Diego sta bene dove sta» rispose lui, parlando di sé in terza persona e con tono perentorio, sperando così di chiudere il discorso ancor prima di aprirlo.

«Ma è una follia! Non puoi non provare un minimo di curiosità per quello che c’è là fuori. Conosci talmente bene l’isola che pensi ti possa bastare. Ma ti sbagli» continuò Loris.

«Ascolta, ne abbiamo già parlato. Qui ho una casa, un lavoro e una serenità di cui non tutti possono vantarsi. Quel traghetto lo aspetto solo perché mi porta clienti, non certo per salirci sopra».

«Non puoi pensarla così a ventitré anni, non ci credo. Non puoi startene qui in panciolle mentre il resto del mondo va avanti. Nel giro di qualche anno tutti quelli che conosciamo se ne saranno andati, e sai perché? Perché non c’è nulla per noi qui».

«Per te essere giovani equivale ad andare a caccia di avventure, per me non è così! Non siamo tutti uguali, Loris. E a me basta avere a che fare con quei cittadini ogni giorno per capire che mai e poi mai vorrò diventare uno di loro».

Loris lo fissò in silenzio per qualche secondo. «Rita!» urlò poi.

Un’anziana cameriera, con le mani nodose e gli occhi leggermente stralunati, raggiunse prontamente il tavolo.

«Ci serve altra birra, molta. Dobbiamo far rinvenire questo spostato».

Vito nascose il volto tra le mani e iniziò a sogghignare, mentre Loris teneva lo sguardo incollato a quello di Diego.

«Va bene, facciamo una gara» propose lui. «Se vinci tu, domani prenoto un biglietto per la città e ci andiamo insieme. Ma, se vinco io, archiviamo l’argomento per sempre».

Sem scosse la testa, mentre Vito aprì le mani per liberare gli occhi e godersi la scena.

«Andata» sentenziò Loris, facendo tintinnare la sua bottiglia vuota contro quella di Diego. «A chi crolla prima».

In quel momento tornò Rita e appoggiò sul tavolo un’intera cassa piena di birre. I ragazzi rimasero a bocca aperta.

«A chi crolla prima» ripeté Diego.

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GS

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