CAPITOLO DUE (prima parte) – Ogni ventun dicembre

(ATTENZIONE: Questo è il seguito di CAPITOLO UNO (terza parte) – Ogni ventun dicembre)

La mezzanotte era passata da un pezzo. L’Ales & Stout stava iniziando a svuotarsi, lasciando solo chi era troppo stanco, troppo triste o troppo ubriaco per potersi alzare. Sem era seduto al bancone, con il fondoschiena che strabordava dallo sgabello, intento a tracciare sul legno invisibili spirali con le dita; Vito stava attaccato al jukebox e, spulciando tra i vari brani, li commentava con il tono di un deejay radiofonico, incurante del fatto che nessuno lo stesse ascoltando; Loris giaceva steso a pancia in giù sul tavolo, con la bocca semiaperta e un sottile rivolo di bava che gli scivolava sul mento.

Diego, incollato all’ennesima bottiglia di birra, se ne stava in un angolo appoggiato al muro. Le ridondanti canzoni natalizie, che erano state trasmesse per tutta sera, gli risuonavano insistenti nella testa e le sue labbra, quando non erano occupate a bere, ne mimavano inconsapevolmente le parole. Ai suoi piedi, la cassa di birra offerta da Rita era completamente vuota.

Non era solito esagerare con l’alcool. Non sopportava la sensazione di non essere padrone di se stesso e delle sue azioni, né l’ansia di aver detto o fatto qualcosa di inappropriato che perveniva il giorno dopo. Si sentiva scoperto, vulnerabile, senza la parte lucida del suo cervello a coprirgli le spalle. Per questo, le poche volte in cui arrivava ad ubriacarsi, preferiva isolarsi e affrontare la sbornia da solo e in silenzio, evitando i contatti umani tanto da diventare aggressivo quando qualcuno di non fidato gli si avvicinava. La maggior parte delle volte in cui questo accadeva andava a finire male, con occhi neri e dita lussate, ed era persino capitato che venisse cacciato a forza dal locale. Solo Loris, Vito e Sem sapevano come trattarlo ed era solo con Loris, Vito e Sem che si permetteva di lasciarsi andare una volta ogni tanto.

Quella sera non stava avendo problemi. Dopo che Loris era crollato sul tavolo, Diego si era alzato trionfante e aveva raggiunto l’angolo più estremo del locale, per finire la sua ultima birra in pace. Nessuno aveva cercato di interagire con lui e per questo erano almeno un paio d’ore che non proferiva parola. Nonostante avesse i sensi ovattati e la testa ciondolante, si sentiva bene. Aveva vinto la scommessa e nessuno avrebbe più cercato di convincerlo a partire per la città.

In quel momento, l’improvviso trillo di una campanella riscosse Diego dai suoi pensieri. La porta si aprì di colpo, facendo entrare – insieme a una folata di vento gelido – due ragazze infreddolite. La vista annebbiata gli permise di distinguere solo due figure sfuocate, entrambe imbacuccate in una spessa sciarpa tirata fin sopra il naso, che si dirigevano a passo spedito verso il bancone.

«Due martini, per favore» farfugliò una, tentando disperatamente di non battere i denti.

Alfio, il proprietario dell’Ales & Stout, la guardò storto, inarcando le sopracciglia e facendo fremere i voluminosi baffi brizzolati.

«Birra» disse secco. «Qui si beve birra».

Le due ragazze si lanciarono uno sguardo tra il dubbioso e il divertito, poi ordinarono due birre della casa.

«Ma ce li avete diciotto anni?» chiese ancora lui.

Loro si guardarono di nuovo, alzando gli occhi al cielo, poi l’altra sbottò. «Vuole farci credere che in questo buco lontano dal mondo, dove a stento arriva la corrente elettrica, controlla le carte d’identità?»

Alfio la squadrò serio, drizzando la schiena e gonfiando il petto. La sua spropositata altezza, gli occhi iniettati di sangue di chi vorrebbe solo andarsene a letto dopo una giornata di intenso lavoro e lo spessore dei suoi bicipiti dovettero far cambiare idea alle due, perché abbassarono la testa e gli consegnarono i documenti senza più fiatare. I diciotto ce li avevano per un pelo, così Rita, al cenno d’assenso di Alfio, preparò loro due boccali di birra.

Vito, che aveva assistito alla scena dalla sua postazione accanto al jukebox, si diresse furtivo verso Loris, dandogli un paio di scossoni per svegliarlo.

«Ma che vuoi?» si lamentò lui.

Vito gli fece cenno di tacere, avvicinandosi piano al suo orecchio, come sul punto di confidargli un importante segreto.

«Qualcuno ha invaso la base» sussurrò, indicando con la testa le ragazze al bancone. «Quelle non sono dei nostri. Vengono dalla città».

TO BE CONTINUED

GS

 

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